Una foto che ritrae, su uno sfondo giallo, una ragazzina vestita come una manager in sella sulla schiena di un uomo adulto - forse suo padre - che indossa una maglietta a maniche corte bianca e una salopette di jeans blu e sta carponi sul pavimento reggendo nella mano destra sollevata, coperta come la sinistra da un guanto da lavoro di gomma gialla, uno spruzzino pieno di detersivo. La ragazzina sorride e indica col braccio sinistro teso un punto davanti a loro, dove presumibilmente il padre dovrebbe pulire.
Attualità,  Psiche

Adolescenti aggressivi: genitori e insegnanti in cerca di identità

Genitori terrorizzati dai figli e insegnanti aggrediti dai loro allievi. La ribellione adolescenziale presenta oggi caratteri inediti e ha per bersaglio due istituzioni, famiglia e scuola, attualmente molto fragili.

Studenti che aggrediscono i loro insegnanti (spesso spalleggiati dai genitori), adolescenti che picchiano madri e padri: fenomeni un tempo estremamente rari aumentati in forma preoccupante. Sono gli stessi magistrati del Tribunale dei Minori a lanciare l’allarme. Si tratta di reazioni estreme, la punta di un iceberg che rivela un disagio diffuso. Quali le cause e le responsabilità?

Certo, la diffusione dell’uso di sostanze stupefacenti in età precoce; certo, l’abuso dello smartphone che colonizza l’immaginario delle nuove generazioni; ma soprattutto una mutazione profonda di famiglia e scuola, istituzioni sempre più fragili. Oggi molti padri e molte madri non riescono ad agire il ruolo genitoriale, conquistati dal modello amicale: si pongono allo stesso livello dei figli, ne condividono gusti e interessi, tendono ad adottarne comportamenti e costumi e a confondersi con loro, vogliono essere amati e pertanto li assecondano, non osano dire di no. Sono genitori che hanno abdicato al compito educativo e normativo, genitori timorosi, incerti riguardo al proprio ruolo, dominati dalla paura di perdere l’affetto dei figli e quindi facilmente ricattabili.

Insomma, non sono più i figli che cercano l’approvazione dei genitori, ma i genitori che hanno bisogno dell’approvazione dei figli.

Si sbagliano però se pensano di assicurarsi amore e considerazione evitando loro ogni situazione frustrante, e sempre accontentandoli e sempre scusandoli e sempre proteggendoli. Ragazzi così cresciuti non sopportano dinieghi e limiti alla loro onnipotenza e alle prime delusioni scatenano l’aggressività, violenti e allo stesso tempo dipendenti da un contesto familiare iperprotettivo.

La generazione cui appartengo è quella della contestazione del ’68, che di lotta alla famiglia e alla scuola tradizionali se ne intende. Allora si attaccavano famiglia e scuola in quanto istituzioni autoritarie che si volevano riformare profondamente su nuove basi. Nonostante alcune derive, si trattava di un tentativo rivoluzionario ispirato da nobili principi. I risultati non sono forse stati quelli sperati, ma è innegabile che quella contestazione abbia impresso alla società grandi trasformazioni.

Oggi quelle stesse istituzioni – famiglia e scuola – si rivelano fragili e la contestazione adolescenziale non mira a un loro cambiamento migliorativo, ma piuttosto al loro annientamento.

In particolare, i ragazzi non chiedono un progetto educativo che meglio risponda alle loro esigenze, alle loro curiosità culturali, al loro desiderio di conoscenza, ma pensano semplicemente che la scuola sia un vecchio arnese di cui possono fare a meno.

Assistiamo alla crisi di identità di genitori e insegnanti – perché per fare il genitore bisogna sentirsi genitore, per fare l’insegnante bisogna sentirsi insegnante – e parallelamente alla faticosa ricerca di identità di adolescenti privi di figure normative e formative a cui riconoscere autorevolezza, dipendenti da smartphone e social, rabbiosi di fronte ai limiti imposti dal principio di realtà.

L’esplosione della violenza è allora la spia di un disagio, forse un grido di aiuto lanciato nella speranza che questa volta non tutti tacciano o perdonino, ma che ci sia qualcuno ancora capace di risposte amorevolmente ferme.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

Un commento

  • Mirella Balla

    Buongiorno. Sono Mirella Balla psicologa clinica psicoterapeuta fondatrice del Centro di Psicosintesi R.Assagioli di Torino e di Piea (At). La prima cosa è che mi interessa che lo scrivente sia uno psicologo/psicoterapeuta e non uno psichiatra
    La seconda cosa è che sono d’accordo quando dice che per svolgere un ruolo ad esempio genitore o insegnante occorre comprendere che cosa mi chiede quel ruolo e non quello che mi è stato passato teoricamente su quel ruolo
    Occorre giocarsi in prima persona e crederci fino in fondo, non teoricamente ma vivamente, con desiderio, passione e coerenza. Cosa che non viene più passata ai ragazzi. Viene trasmesso il trascinamento che il genitore o insegnate si porta appresso mescolato tra tante vesti per cui il ragazzo non si rapporta con une veste sola che esprime aderenza e significato ma si rapporta con confusioni e sovrapposizioni varie e frettolose, stanche prive di amore, di coerenza, di desiderio che gli arrivano smorte e fragili. Genitori ed insegnanti non più retti da nulla, senza significato e senza aderenza e coerenza. Il ragazzo non è malato è solo il risultato di un qualcosa che “È UN MORTO IN PIEDI”

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