Gli esperti dicono che l’età dell’adolescenza si è allungata fino a ventiquattro anni. L’incapacità di crescere, a quanto pare, caratterizza la nostra generazione. Fino a qualche anno fa, il termine dell’adolescenza era legato al compimento dei vent’anni, alla fine dell’era della desinenza teen, ma adesso sembra non essere più così: i giovani rimangono per molto più tempo a casa dei genitori e non sentono il bisogno di autonomia, non prendono la patente, vorrebbero rimanere studenti all’infinito, non hanno fretta di crescere e oggi più che di giovani adulti si parla di giovani vecchi.
Ma a cosa è legato questo cambiamento? Cosa rallenta il processo di crescita?
Un primo fattore potrebbe essere legato all’incertezza del futuro: viviamo in un mondo precario, con meno opportunità per le nuove generazioni, che sentono un maggiore rischio di fallire all’interno della sfera lavorativa. L’incertezza legata al futuro è di certo spaventosa e forse i più giovani, in alcuni casi, preferiscono provare a sottrarsi alla paura di fallire e al terrore di confrontarsi con una società che sembra non avere più bisogno di persone che ancora credono al contributo che vorrebbero portare nel mondo.
Penso sia importante sottolineare anche l’assenza di certe figure educative, che sono mancate a molti giovani della cosiddetta GenZ: i ragazzi si sono spesso trovati a essere iperprotetti da una parte e dall’altra sono stati resi adulti troppo presto. Abbiamo a che fare con una generazione di genitori che hanno avuto la tendenza a proteggere e giustificare i figli (per esempio contestando agli insegnanti i loro metodi o voti) e, allo stesso tempo, senza dare loro limiti e confini.
Le libertà non sono state dosate e, così, un quattordicenne si è ritrovato a essere sia un bambino che non sapeva prendersi la responsabilità del proprio brutto voto, sia un adulto che poteva rientrare alle due di notte senza chiedere il permesso a nessuno.
I confini, quindi, non sono stati ben definiti e i giovani si sono sentiti molto grandi fin da piccoli, ma trattati allo stesso tempo come incapaci di prendersi delle responsabilità. In questo modo, con questo doppio binario, non si sono potuti confrontare con i dilemmi e le emozioni normali di un adolescente, ritrovandosi poi catapultati in un’età adulta senza avere gli strumenti per fronteggiare difficoltà banali che avrebbero dovuto imparare a gestire molto prima.
C’è poi un altro elemento da considerare, cioè il fatto che tanti adulti non sono mai divenuti tali, essi stessi, e la società è diventata immatura e priva, anch’essa, di confini sani, quelli che generano dei ruoli fondamentali per la crescita e per lo sviluppo degli individui e della collettività e che inducono un contenimento importante. La GenZ naviga nell’ansia cronica e nei disturbi annessi a questa, e ciò accade anche perché i giovani non sono stati abbastanza contenuti e non hanno coltivato lo spazio interiore fondamentale per non cedere al panico, all’ansia, alla paura che arriva non appena si incontra un ostacolo. Le patologie legate a uno stato ansioso sono all’ordine del giorno e ormai tutto questo ci sembra normale. E forse ci si rende ancora poco conto di quanto tali patologie inficino le capacità di relazione con le sfere più importanti della vita.
In questo contesto già poco allegro, non posso non menzionare l’impatto dei social network, che ha contribuito ad accrescere l’ansia nei giovani e la sindrome di Peter Pan negli adulti. L’incontro costante con la vita fittizia dell’altro ha ostacolato ancora di più la possibilità di contattare noi stessi, è sembrato tutto inutile fin dalla tenera età perché i nostri standard si sono configurati in maniera malata attraverso paragoni irraggiungibili perché irreali e questo anziché motivarci ci ha fatto sentire sconfitti in partenza.
È vero che le regole di una società non si possono stravolgere da un giorno all’altro, e forse non si può neanche smettere di avere paura, ma credo che per noi sia arrivato il momento di farci genitori di noi stessi e di entrare piano nel mondo degli adulti, per renderci conto che la responsabilità non è una condanna ma una liberazione. È bello scoprire finalmente di poter contare su di noi.


