Attualità

Il mistero dei cinquantenni no-vax: quando i figli danno l’esempio

Le statistiche ci informano che la fascia di età più restia al vaccino è quella dei cinquantenni. Il dato stupisce. Qualche ipotesi, senza pretesa di spiegazione esaustiva

L’emergenza Covid ci ha abituato a un diluvio di statistiche giornaliere sul numero di tamponi processati, sui nuovi casi di infezione, sul numero delle terapie intensive, dei guariti, dei deceduti… e sulle percentuali di vaccinati: in assoluto, divisi per regione di provenienza, distinti per fasce d’età. Quest’ultimo dato rivela una curiosa costante: i più restii a ricorrere alla copertura vaccinale sono individui di età media 50 – 60 anni. La cosa desta stupore. Per quale bizzarra ragione si concentra proprio lì il maggior numero di obiettori al vaccino?

Proviamo a fare qualche ipotesi, senza la pretesa di svelare il mistero. Gli individui in questione sono figli di genitori sessantottini: hanno avuto un’educazione libertaria, ma non sono stati una generazione particolarmente ribelle. Dopo l’estrema politicizzazione degli anni Sessanta e la violenza degli anni Settanta del secolo scorso, sono stati protagonisti di un certo ritorno all’ordine, hanno vissuto la giovinezza nel periodo del cosiddetto “edonismo reaganiano” e della “Milano da bere”. Hanno forse trovato oggi, tardivamente, la loro crociata?

D’altra parte, i 50 anni sono quelli della piena maturità raggiunta, segnano l’apice della realizzazione individuale, sia in campo lavorativo e professionale sia in ambito privato, prima dell’inizio dell’inevitabile declino. Possiamo ipotizzare che per alcuni il bilancio risulti insoddisfacente: la consapevolezza del precipitare del tempo produce allora delusione, rimpianti, sensazione di fallimento e rabbia compressa, pronta a scaricarsi se gliene viene offerta l’occasione.

I cortei rabbiosi che abbiamo visto sfilare, al netto di manipolazioni e provocazioni politiche, sembrano esprimere una emotività iraconda che ha trovato modo di sfogare la sua violenza liberatoria.

Molti sono stati anche contagiati dalla dottrina dell’uno vale uno, che annulla ogni fiducia nella competenza e nella preparazione, ogni distanza tra chi sa, o dovrebbe sapere, e chi non sa e non sa di non sapere, con conseguente sospetto nei confronti della scienza, cui vengono sostituiti i rumores dei social, talvolta figli di una cultura complottista.

Quest’ultima caratteristica si adatterebbe però a tutte le età, a meno di ritenere che la fascia in questione sia particolarmente credulona. Insomma, possiamo giocare con le ipotesi, ma il mistero rimane. Forse possiamo riporre le speranze di convincimento degli irriducibili nell’esempio offerto loro dai giovani nipoti, che sono corsi a vaccinarsi senza particolari resistenze, guidati non dall’ideologia, ma da un sano pragmatismo.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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