Non riesco a scegliere e forse è meglio così

Perdere la certezza, accogliendo la dimensione della complessità, vuole dire entrare nel mondo della vita, rimanere nella meraviglia del sentire, nella vertigine del cadere che diventa esperienza di poter volare

“Caffè o cappuccino? Prendo il caffè, più rapido, meno calorie… Però è acido, la mia gastrite ne risentirebbe, forse meglio il cappuccino, più dolce, morbido. Però ha più calorie, mi gonfia, poi la schiuma mi dà fastidio…”.

Eccolo lì, eterno ritornante, come la peperonata, l’aglio e olio, si propone e si ripropone il vecchio ritornello del “se”, del “ma” e soprattutto del “però”. Dalle mie parti si chiama pensiero anancastico, una parolaccia per descrivere un blocco del processo decisionale, il non sapere, o meglio, non poter scegliere. A mio modo di vedere questi ingranaggi della mente che improvvisamente si bloccano, quel granello di sabbia che grippa il motore sono un segnale molto chiaro, ovvero il sintomo che il livello di complessità della decisione non ci consegna una risposta giusta e una sbagliata ma una gamma di toni intermedi, di valori da computare, di scarti da lasciare.  

Non siamo più al sicuro come quando eravamo piccini in cui decidere voleva dire scegliere il giusto per lo sbagliato, il bene per il male. Qui siamo nel regno degli oggetti parziali, dell’incertezza, della complessità; proprio qualche giorno fa un nostro illustre concittadino, il professor Giorgio Parisi è stato insignito del Premio Nobel per la fisica, quale teorico della complessità. Parola interessante e come al solito pervertita come molte altre parole rivelatrici della casa dell’essere. 

Spesso, “complesso” per noi è sinonimo di complicato, ovvero di difficile da risolvere; il significato originale invece, ci spiega molto bene Edgar Morin, filosofo della complessità, rimanda alla trama di un tessuto, ovvero a un intricato sistema di fili tenuti insieme tra loro (complex) in modo tale che il muoverne uno implica in qualche modo la compromissione di tutti gli altri. Mi sembra illuminante questo concetto perché ovviamente

se il complesso lo si assume come complicato allora occorre ridurre, sciogliere il nodo mentre se complesso vuole dire intessuto, tramato, allora va accolto nella sua interezza.

Risulta quindi irriducibile in sé ma da accogliere qua tale. 

L’esperienza della complessità, quindi, è una sfida non per il capire, atto razionale che tende a scomporre il fenomeno in parti elementari, ma per Diltheyano “Verstehen”, ovvero il comprendere cioè trovare uno spazio interno a noi, come a dire nella pancia, in cui possa dimorare senza essere sottoposto ad autopsia e dunque rimanendo vivo. 

Nella mia esperienza clinica sempre più spesso mi scontro con lo scandalo della complessità, di scelte incerte, di domande che non hanno risposte risolutive. Le persone allora mi guardano con sconcerto, sentono nella carne il dolore la rabbia e lo smarrimento di aver perso la certezza. Perdere la certezza però, accogliendo la dimensione della complessità, vuole dire entrare nel mondo della vita, rimanere nella meraviglia del sentire, nella vertigine del cadere che diventa esperienza di poter volare.  

Forse, alla fine, non sapremo mai se fosse meglio scegliere il caffè o il cappuccino. Se però capiremo che tutto questo è una partita truccata ed accetteremo il rischio e lo scarto dell’incerto, allora troveremo un nuovo equilibrio, molto meno serio e sempre a rischio come quel rumore che abbiamo nel petto e che confidiamo erroneamente non si fermi mai. 

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

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