Una foto che ritrae l'attuale presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, seduto davanti a due bandiere americane, con un'espressione torva sul volto.
Attualità

Tu chiamalo, se vuoi, suprematismo

Addio al politicamente corretto, lasciamo da parte l’attenzione per l’altro. Dimentichiamo la riflessione e il pensiero, è il tempo della pancia e dell’azione. O forse è tempo di farci qualche domanda?

― Quello sì che è figo eh!
― In che senso?
― Eh, gliele ha proprio cantate! Ha fatto la pernacchia al Papa!

La nuova tendenza pare sia proprio questa: basta col politicamente corretto, estremo e ipocrita, basta col cercare di non urtare la sensibilità dell’altro, e via libera agli urlatori, a tutti quelli che si impongono con la forza e una certa prepotenza. A me sembra che la parola più vicina a quello che accade, al netto dei particolari, delle singole argomentazioni, sia suprematismo.

Così, in questo scorcio di secolo, tra intelligenza artificiale e ipertecnologia, tra viaggi che ci portano su Marte e treni superveloci, abbiamo riscoperto la pancia, ovvero la parte peggiore del nostro essere di pancia, ovvero quella che ci fa inseguire ogni tiramento, ogni recondito desiderio, financo quello meno condivisibile.

È iniziato tutto con il populismo, forse un po’ prima, almeno da noi: arrivarono i cosiddetti “uomini del fare”, orgogliosi di non essere esperti nella cultura, nella politica, nella difficile ma complessa e faticosa arte di dare senso alle cose, di entrare nella complessità, di masticare lentamente, darsi tempo, andare in profondità.

Ma la lentezza, che porta alla profondità, non è mica roba del fare! Attiene all’essere, con quella noiosa storia di non avere un contrario, con quella menata dell’“essere o non essere”. Roba da letterati o peggio da filosofi, da gente che vive sulle nuvole e non fa!

Dagli uomini del fare, da quel mondo di nani e ballerine, da quell’enorme ubriacatura durata quasi vent’anni, ci siamo ritrovati a inneggiare al “vaffanculo” come massimo esempio di valore politico, come parola chiave che doveva guidare l’azione di un governo.

Ma da tutto questo come siamo usciti?

Arrabbiati più di prima, col mal di testa e le mani che prudono, e allora ci siamo convinti che, se stiamo male, di qualcuno (ovviamente non noi) deve essere la colpa.

Come spesso accade, ce la siamo presa col cavallo invece che col cavaliere e siamo andati per qualche tempo raminghi per il mondo in cerca di qualcuno a cui fosse imputabile la colpa del nostro malessere.

In questa ricerca, ci siamo convinti che quello che di buono e bello abbiamo non è dovuto al caso (anche se nessuno sceglie dove nascere e di chi essere figlio) ma proprio al merito e allora ci sentiamo proprio noi quelli che hanno ragione, quelli che sono dalla parte giusta e meritano di starci.

Sono arrivati quelli dalla risposta facile, quelli che ti dicono le cose che vuoi sentirti dire: inutile parlare e parlare, non c’è tempo da perdere, bisogna agire. D’altra parte, nei momenti più bui, quando domina la paura, siamo governati dalla pancia, dal “mors tua vita mea”.

Alla forza della ragione subentra allora la ragione della forza ovvero: noi abbiamo ragione perché siamo “giusti” e quindi i più forti. Non c’è nulla di male a cercare di ottenere con la forza quello che altri, meno meritevoli di noi, possiedono.

Ecco allora perché — o almeno io me lo spiego così — tutti i personaggi clinicamente e umanamente fuori dall’umano ottengono così tanto successo. In fondo, dicono in molti, Donald Trump è più vero dei suoi predecessori perché ha il coraggio di nominare le vere intenzioni che sono alla base delle sue scelte. Su questa linea si può dire che anche i suoi predecessori hanno fatto scelte e compiuto azioni assolutamente inaccettabili, ma loro sono stati ipocriti, si sono nascosti dietro il perbenismo, non hanno avuto il coraggio di dire le cose come stanno!

Ma non siamo noi quelli che si sentono superiori a tutte le altre specie viventi proprio perché abbiamo imparato a non agire solo di pancia, perché al raziocinio e all’intelletto abbiamo aggiunto la cultura, la capacità di empatia e di fare comunità e tutto quel che ci rende umani?

C’è stato un tempo in cui eravamo “autentici”, in presa diretta con i nostri più profondi e reconditi desideri, in cui bastava non cedere il passo per strada per finire infilzati; poi abbiamo imparato a fare buon viso a cattivo gioco, abbiamo imparato l’arte di chi “si piega ma non si spezza”, conquistando un vivere comune che ci consentisse di convivere.

A conti fatti c’è da chiedersi non sia il caso di fare un passo indietro.

Filosofo, psicologo, psico-oncologo, criminologo, counselor e musicoterapeuta, con una lunga esperienza nell’ambito clinico, formativo e accademico. Svolge attività di docenza universitaria presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e il Policlinico IRCCS San Matteo di Pavia, collaborando con la Facoltà di Medicina e Chirurgia. È inoltre visiting professor e docente in diversi contesti accademici e professionali. Dal 2005 opera come supervisore clinico presso il Dipartimento di Salute Mentale di Novara e collabora con numerose strutture sanitarie, tra cui il Policlinico San Matteo e la Fondazione Lighea Onlus, dove si occupa di supervisione, formazione e supporto agli operatori sanitari. Ha maturato una significativa esperienza nella formazione di gruppi, nel counseling e nella gestione delle dinamiche relazionali in ambito sanitario, educativo e organizzativo. È anche vicedirettore del giornale online “Fuoritestata”. Autore di numerose pubblicazioni in ambito psicologico, filosofico e clinico, si occupa in particolare di tematiche legate alla depressione, alla comunicazione, alla supervisione clinica e alla relazione d’aiuto. Vive e lavora a Milano.

Un commento

  • Maria Teresa

    Essere umani significa capire che la nostra presenza non deve necessariamente essere un ingombro… Saper indietreggiare è la forma più alta di rispetto, ma purtroppo questo vale solo per gli esseri umani

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