Una foto a colori, in formato 16:9, che ritrae tante persone a bordo di un trenino sulle montagne russe.
Psiche

Storia di un dolore

Come gestire il dolore e la sofferenza che l’esistenza stessa porta con sé? Il potere della distrazione, del tirare in direzione diversa può rappresentare la via d’uscita per tornare a se stessi, accogliendo il dolore senza immergersi in esso

[] Attenzione al bilico / in cui tutti ci troviamo / per il semplice fatto / di passare per il mondo […], recita così una poesia di Franco Arminio, tratta dal recente libro Canti della gratitudine (Bompiani, 2024).

Il dolore della mia generazione lo vedo nascosto dietro a vizi che sono divenuti normalità, dentro a patologie psichiche sempre più frequenti, è immerso in un mare di ansiolitici e malattie psicosomatiche. La depressione sta divenendo un concetto astratto, forse perché la comunicazione è errata e l’attenzione è flebile.

Accogliamo il dolore senza farci domande, senza ragionarci più di tanto perché in fondo siamo convinti di meritarcelo, pensiamo che il dolore sia sempre dietro l’angolo, e quando lo scoviamo rimaniamo immobili al suo fianco, aspettando che se ne vada. Al contrario, facciamo un’estrema fatica ad accettare qualche ora di gioia. La felicità la analizziamo, la interroghiamo, la prendiamo per i capelli e le chiediamo di svelarsi, di rivelarsi per ciò che pensiamo sia: illusione.

Jon Fosse, scrittore norvegese vincitore del premio Nobel per la Letteratura 2023, nel romanzo Laltro nome racconta di un momento in cui il dolore si impossessa di lui senza un perché. Il dolore lo raggiunge e lo terrorizza, e il protagonista è costretto a ripetersi parole di conforto per cercare di porre un freno a quella sensazione di paura improvvisa.

Io penso che, in quanto esseri umani, siamo costretti a vivere dentro una costante consapevolezza di essere nelle mani di qualcosa, di qualcuno che è molto più forte di noi e che può decidere al nostro posto, in ogni momento. E l’antidoto più efficace, secondo il mio parere, è la distrazione. La nostra vita è un tentativo di distrazione da ciò che sappiamo, o forse più da ciò che non sappiamo. Se vivi un grande dolore cominci a comprendere che non c’è altra scelta.

Inizi a capire che rimanere morbosamente attaccati al ricordo che addolora è una forma di non-vita, e per andare avanti, dopo aver attraversato il dolore, occorre distrarsi.

Distrarre proviene dal latino e significa «tirare in direzioni diverse». La sofferenza cattura, conduce a sé, perché restare dentro di lei significa non sentirsi in colpa di fronte a chi ci manca, a chi è stato mangiato dal dolore, significa avere un alibi per non guardare davvero dentro di noi (e se non guardiamo non miglioriamo, e se non miglioriamo non viviamo), significa rimanere fermi e non provare neanche a vedere se troviamo uno scopo, un qualcosa che risponde, almeno parzialmente, al nostro perché.

Dobbiamo, per l’appunto, tirare in una direzione diversa, accudire il nostro dolore senza farlo diventare un tratto identitario. È nell’appropriarsi della sofferenza come fosse parte del nostro carattere che giace il pericolo più grande. La trappola nella quale si cade più facilmente è proprio quella di guardare al dolore come a qualcosa di affascinante e profondo. Come se vivere nella perenne compagnia del male portasse spessore e intelligenza, quando in realtà il male è solo un vincolo che paralizza e limita la nostra prospettiva. Come se, per tornare a ciò che scrivevo all’inizio, la depressione fosse un concetto astratto, una cosa che, prima o poi, attraversano tutti, quando si dovrebbe parlare di malattia e di cura, di persone che non riescono a sfruttare le loro capacità perché sono schiacciate dal dolore, ed è compito nostro, perlomeno, comprendere quanto poco sia affascinante la sofferenza, così da poter coltivare tutto ciò che ci porta sulla strada che sentiamo più giusta per noi.

"Ventenne, studia filosofia e frequenta un'accademia di scrittura. Vive con tanti, infiniti, immensi libri."

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