Una foto a colori, in formato orizzontale, che ritrae una scultura in metallo che raffigura il Piccolo Principe, con una lunga sciarpa che sventola dietro la nuca, seduto su una luna con una rosa davanti verso la quale allunga la mano sinistra. La luna è uno spicchio, sulla parte inferiore sorregge inoltre un’ape e tra le due punte dello spicchio una lampada rotonda e bianca. Si trova a Brest, in Bielorussia.
Psiche

Se l’ovvio è invisibile agli occhi

Certe situazioni critiche sembrerebbero dar meno problemi a lasciarle come sono, che a cercare di affrontarle. Soprattutto se hanno a che fare con la complessità dell’animo umano

Certe situazioni critiche sembrerebbero dar meno problemi a lasciarle come sono che a cercare di affrontarle. Anni fa, per lavoro, dovevo supervisionare un progetto di riabilitazione psichiatrica, rivolto in particolare a persone che vengono definite «con basso livello di compliance», cioè tutti quei pazienti che tendono a non aderire e collaborare alla cura, che vivono spesso in situazioni di marginalità e raramente riescono a essere costanti e presenti in spazi organizzati. A distanza di un anno e mezzo dall’inizio del progetto, fummo coinvolti in un momento di restituzione dei dati della valutazione psicometrica, che diede risultati a dir poco paradossali: mentre io quotidianamente toccavo con mano che le persone seguite stavano finalmente meglio, avevano maggiore percezione delle proprie difficoltà, riuscivano maggiormente a frequentare luoghi della città, i colleghi addetti alla valutazione dei dati psicometrici mi dicevano che in realtà la situazione dal loro punto di vista era peggiorata e che il numero delle richieste e dei bisogni dichiarati stava aumentando in modo considerevole. Insomma, dal loro punto di vista il progetto stava peggiorando le cose.

Che cosa era successo? Era successo che un gruppo di persone con un profondo disagio, che stava talmente male da non avere nessuna percezione dei propri bisogni, era improvvisamente riuscito a percepire le proprie difficoltà, ne aveva finalmente contezza e pretendeva che i propri problemi venissero affrontati.  Il tutto, certo, non era “tranquillizzante” né facile da affrontare ma, certamente, a mio avviso indicava una via. Questo è solo uno degli esempi di questo tipo che mi sono tornati alla mente riflettendo su quanto, molto spesso, la realtà misurata e oggettivata sia distante dal mondo-della-vita, come direbbero i fenomenologi. Per converso, tutte le volte che cerchiamo di affrontare le situazioni complesse delle persone che seguiamo come professionisti della relazione d’aiuto, con metodo scientifico e oggettivo, spesso tali strategie si rivelano complesse e fallimentari, se non siamo realmente in relazione con chi abbiamo di fronte e se, oltretutto, non utilizziamo una sana dose di buon senso.

E allora, in certi casi, vorremmo misurare il perché quel paziente che aveva l’abitudine di fuggire dalla comunità psichiatrica ora lo faccia meno, o come mai quella giovane donna sempre angosciata e piangente ora abbia momenti di maggiore serenità.  Parafrasando il Piccolo Principe forse possiamo sostenere che «l’ovvio è invisibile agli occhi»:

frequentare un ambiente supportivo e affettivo, stare in mezzo a persone che non ci giudicano e che ci stanno accanto nonostante le bizzarrie, guardare il mondo con gli occhi dell’angoscia e ricevere sguardi benevoli, sentire che ci sono persone alle quali non facciamo paura, tutto questo come si può misurare?

E tutto questo non riguarda solo chi soffre di un disagio psichico, ma accade allo stesso modo nel mondo di noi persone “mediamente nevrotiche”, che spesso finiamo col percepire maggior malessere proprio nel momento in cui decidiamo di guardare in faccia le nostre fragilità, le nostre difficoltà senza nasconderle, di cominciare un percorso di consapevolezza e di avere a che fare, per davvero, con noi stessi.

In fondo, nel nostro lavoro si tratta solo (quasi fosse facile) di riportare la clinica al suo luogo originario, ovvero presso il letto del paziente, in ascolto e nella certa speranza che un mondo migliore possa esistere. Se poi tutto questo dal punto di vista scientifico non diventa misurabile, ce ne faremo una ragione.

Filosofo, psicologo, psico-oncologo, criminologo, counselor e musicoterapeuta, con una lunga esperienza nell’ambito clinico, formativo e accademico. Svolge attività di docenza universitaria presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e il Policlinico IRCCS San Matteo di Pavia, collaborando con la Facoltà di Medicina e Chirurgia. È inoltre visiting professor e docente in diversi contesti accademici e professionali. Dal 2005 opera come supervisore clinico presso il Dipartimento di Salute Mentale di Novara e collabora con numerose strutture sanitarie, tra cui il Policlinico San Matteo e la Fondazione Lighea Onlus, dove si occupa di supervisione, formazione e supporto agli operatori sanitari. Ha maturato una significativa esperienza nella formazione di gruppi, nel counseling e nella gestione delle dinamiche relazionali in ambito sanitario, educativo e organizzativo. È anche vicedirettore del giornale online “Fuoritestata”. Autore di numerose pubblicazioni in ambito psicologico, filosofico e clinico, si occupa in particolare di tematiche legate alla depressione, alla comunicazione, alla supervisione clinica e alla relazione d’aiuto. Vive e lavora a Milano.

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