Una fotografia che ritrae da vicino il bagnasciuga di una spiaggia di sabbia con piccole conchiglie, rametti e sassolini. Al centro c'è una scritta tracciata nella sabbia con un dito, "I'm nothing without you" ("Senza te sono niente"), e destinata a essere cancellata dalla prossima onda abbastanza lunga.
Attualità,  Psiche

Quella violenza che non è amore e diventa atto criminale

L’uccisione di Giulia Cecchettin, che tanto ha colpito l’immaginario collettivo, induce a riflettere sulle dinamiche di molti femminicidi. Donne che reagiscono a rapporti totalizzanti ed esclusivi, in relazioni che chiudono fuori il mondo dall’orizzonte della coppia, finiscono per diventare vittime di partner deboli, incapaci di vita autonoma, che hanno fatto di loro le proprie protesi.

«Mi spingerei perfino ad affermare che se non hai mai contemplato l’idea di ammazzare una donna probabilmente non sei mai stato innamorato».

Sono a pagina 246 de Il Passeggero, penultimo romanzo di Cormac Mc Carthy, recentemente scomparso. Ho un sussulto. Sono i giorni dell’ondata emotiva sollevata dalla morte crudele di Giulia Cecchettin e delle grandi manifestazioni che hanno riempito le piazze d’Italia. L’amore passionale comporta sempre un orizzonte di tragedia? La sua aspirazione all’assoluto quanto richiama quell’altro assoluto che è la morte, come ci ha indicato tanta letteratura romantica (e non solo) e la stessa psicanalisi, gemellando Eros e Thanatos? Questo modello di amore così spesso richiamato che ruolo ha in certe relazioni di cui vediamo i tragici epiloghi?

Lasciamo sospesi questi interrogativi filosofici e veniamo a individui che hanno smarrito la dimensione simbolica e traducono il linguaggio metaforico nella realtà di un gesto criminale. Ognuno di noi è accompagnato durante la sua vita da una serie di rapporti che procedono paralleli, tutti significativi nel proprio ambito: ci sono mariti e mogli, figli, amanti, genitori, fratelli e sorelle, amici, colleghi… Quando tutte queste figure vengono concentrate in un’unica persona, che diventa per il partner mondo intero ed esclusivo, nel quale trovare tutte le risposte ai propri bisogni, la relazione si rivela malata e pericolosa.

Un simile coinvolgimento totalizzante può essere naturale nel momento magico dell’innamoramento, che ha però un limite temporale, dopo il quale il rapporto deve trovare un suo equilibrio.  L’attualità dei femminicidi (che certamente non seguono tutti le dinamiche descritte) ha giustamente focalizzato l’attenzione su rapporti disfunzionali ai quali le donne reagiscono, finendo vittime di uomini deboli

Quando la moglie, la compagna, la fidanzata diventa l’unico orizzonte e viene ridotta a protesi di un Io maschile debole, quando intorno alla coppia viene fatto, o si aspira a fare, deserto, perché tutti gli affetti vengono vissuti come intrusivi e abusivi, quando viene meno la rete protettiva dei rapporti amicali, che significano anche possibilità di confronto, di discussione, di scambio di interessi, se la “male amata” osa  allontanarsi, è come subire una mutilazione che non permette di sopravvivere.

A questo punto si inseriscono i cascami di una cultura maschilista superata dall’evoluzione storica ma dura a morire: l’uomo incapace di vita autonoma si appropria della vita altrui. L’amata che rompe la simbiosi dà corpo al fantasma del persecutore che deve essere annientato.

In questi casi il suicidio segue spesso il delitto, a suggello dell’impossibilità di abitare un mondo che si è fatto vuoto.

Ma quando i ruoli sono invertiti? Quando sono gli uomini a rompere la relazione con donne deboli, per le quali “l’uomo della vita” segna il confine del loro mondo, incapaci di immaginarsi in una esistenza autonoma? In passato erano questi i casi più numerosi, complice anche una cultura che voleva le donne sottomesse e confinate nell’ambito domestico, spesso prive di indipendenza economica. Le donne raramente uccidono, tendono invece a rivolgere la violenza contro sé stesse cadendo in depressione e consumandosi lentamente, arrivando talvolta al suicidio o finendo nelle braccia della follia (ne troviamo ampie tracce nella letteratura). Uguale la mutilazione traumatica, diverso l’epilogo, stesse le vittime.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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