Riunione di redazione, venerdì mattina. La collega ha appena finito di raccontare una seduta immaginaria – ma non troppo – con Donald Trump come paziente. Un’ipotesi kleiniana, la sua. A me viene in mente Kouth.
Non lo so se una lettura Kohutiana mi riesce, non sono così intimo con l’autore da poter dirmi kohutiano, allo stesso tempo penso che, mutuando quell’adagio che si usa in filosofia in cui si dice di non poter non essere stati hegeliani, che non si può non essere stati freudiani, del maestro prenderò l’espressione che recita: «il capo carismatico attrae a sé la limatura degli indecisi».
Dunque, questa è la forza del capo narcisista: riuscire a coagulare gli ultimi, gli svantaggiati, proprio quelli che hanno più da perdere dal pensiero suprematista che li tratta come “carne da cannone” e in cambio dà loro la possibilità di sentirsi in lotta, in prima linea.
Come pesci pilota, quei piccoli pesci che stanno intorno allo squalo e vivono dei suoi avanzi, dunque gli sconfitti, quelli che hanno perso la guerra per un pelo (come direbbe Jannacci) trovano una loro legittimità, una loro ragione di esistere, una loro collocazione.
Non gli indecisi, quindi, ma la loro limatura, ciò che rimane di loro: sono questi il carburante, quelli che assicurano la spinta.
Il più grande inganno narcisista di chi veste i panni di capo popolo è convincere i penultimi che il problema sono gli ultimi. Invece no, come direbbe Simone Weil: «il potere costringe i deboli a fare il sogno dei forti», e allora la corsa è truccata in partenza, nella migliore delle ipotesi garantisce una sensazione di superiorità momentanea e quanto mai effimera.
Ma allora Kohut?
Che c’azzecca Kohut?
Lui fu il primo a scorgere nel narcisismo la solitudine, la fragilità di chi deve essere visto per poter esistere, di chi ha bisogno di scandalizzare, di scuotere, di insultare, fino al parossismo, fino allo scandalo del «tutti mi vogliono baciare il culo».
Io esisto in quanto scandalizzo, scuoto, ho una faccia solo guardando fuori dal finestrino per sentire l’aria contro.
Io, cari colleghi, nel Trumpismo vedo una grande angoscia, la paura di essere dimenticati, quella di non passare alla storia come quelli contro, quelli originali.
Nel sentire nella pancia tutta la paura dei rischi che corriamo, nel cercare di trattenere la rabbia che mi provoca una pletora di personaggi da basso impero che sfilano bruciando libri, dilapidando un patrimonio morale che sarà difficile ripristinare, in tutto questo vedo e sento una grande tristezza, il patetico e straziante sforzo di un bambino solo che continua a ripetere, in una modalità terribilmente vacua: «Papà guarda. Papà, guarda! Papà!!».


