«Meno male che sei uno psicologo!» non manca di osservare beffardamente mio figlio quando, come tutti i padri di adolescenti alle prese con le difficoltà e i conflitti che il rapporto educativo comporta, perdo la calma, mi agito, alzo il tono di voce.
Se le prime volte sono rimasto spiazzato, e anche un po’ mortificato, di fronte a parole così perfidamente provocatorie, ora ho imparato a superare la vergogna e a rispondergli a muso duro: «Con te non faccio lo psicologo, faccio il papà».
Sono infatti convinto che lo psicologo a casa non funzioni, anzi faccia danni.
Non è il caso di controllarsi sempre, in certe occasioni si può anche gridare, minacciare e castigare. Io mi sono dato il permesso di farlo: l’importante è che alla base di questo teatro ci sia una relazione affettiva solida e profonda.
Un figlio, del resto, capisce se i genitori sono arrabbiati con lui, per lui, o se sfogano su di lui una collera e un disagio che hanno altre origini. Nel secondo caso si sente vittima di un’ingiustizia, nel primo avverte comunque attenzione e preoccupazione nei suoi confronti.
Io che sono psicologo per fare il padre cerco di spogliarmi della mia identità professionale. Ci sono invece padri e madri che psicologi non sono i quali aspirano a fare i terapeuti, per essere genitori perfetti che crescono figli perfetti. Risultato: quasi sempre il disastro.
È di questi giorni la polemica scoppiata a seguito di “incaute” lodi dello scapaccione da parte di un noto uomo politico: opinionisti ne hanno discusso, pedagogisti sono stati interpellati, alcuni hanno rilasciato interviste, i social si sono scatenati.
Alzare la voce? Assolutamente no, bisogna sempre dialogare. Castighi, pnizioni? Non così si educa, meglio spiegare e ragionare con calma. Uno schiaffo? Una pacca sul sedere? Orrore!
Io sono del parere che a volte le parole non servono perché non c’è ascolto: in quei casi è efficace solo il gesto, un gesto di rottura che attiri l’attenzione e rimanga impresso nella memoria (non raccomando certo lo scapaccione, ma non lo escludo a priori).
Personalmente in questo ambito sono piuttosto creativo.
Come già detto, il segreto di una valida azione educativa è un rapporto affettivo profondo. Su quello si può costruire senza paura di essere genitori imperfetti di figli altrettanto imperfetti.


