Uppercut: un colpo micidiale, dal basso verso l’alto, che coglie impreparati. Che può fare davvero male. Già, perché la nostra struttura biomeccanica è stata costruita per reggere la pressione e non la trazione. La forza di gravità, da sempre ci impegna a sopportare pesi per cui il nostro corpo nel cammino dell’evoluzione ha sviluppato muscoli, ossa, disegnati per reggere spinte dall’alto verso il basso. Ma l’uppercut no, non riusciamo a reggerlo, non siamo stati costruiti per poterlo reggere. Mi ha colpito la storia di Noa, proprio come un colpo dal basso verso l’alto, che squassa le strutture protettive, che sorprende e ferisce. Mi sono detto che è per il fatto che una persona così giovane abbia scelto di morire, che abbia pensato che la vita sia il male peggiore e la morte la grande liberatrice. Non ci si può aspettare da una giovane donna di 17 anni una rinuncia alla lotta: nell’età del ‘mi spezzo ma non mi piego’ ci si aspetta a volte anche la via suicidaria ma non in una dimensione così pensata, condivisa, organizzata. La vita di Noa, almeno la vita che la narrazione ci consegna è stata una tribolazione infinita, una battaglia continua contro eventi che hanno inesorabilmente tolto l’elemento vitale dalla vita stessa, fino a consegnarla alla decisione finale. Purtroppo nel mio mestiere non è la prima volta che assisto a situazioni di questo tipo. Ma non è questo dolore, seppur profondo, l’uppercut che mi ha steso. Ciò che mi appare scandalosamente inaccettabile è la dimensione ‘social’ nella quale è accaduta questa cosa da un lato e al contempo la collusione della famiglia di Noa, dall’altro. La morte di Noa segna l’ingresso in un mondo in cui anche l’ultima stanza, quella in fondo, dopo l’ingresso, il salotto, il bagno, le camere da letto, quell’ultima stanza in cui tutti entriamo prima o poi, anche quella stanza ha una telecamera, ha uno tasto per i like. Finiti i tempi in cui quando si parlava di morte si diceva che la caratteristica fondamentale era ‘l’essere-sempre-mia’, ovvero che la morte ci faceva entrare in una intimità ontologica, non condivisibile, un passaggio in cui saremo stati chiamati per appello nominale, uno per volta. Dalla disperazione di Cristo in croce, dal Deus meus ut qui derelequisti me, dalla profondità abissale del morente siamo passati a tutto il mondo che guarda dal buco della serratura, in una globale falsa preghiera che, come i finti amici dei social, cerca di riempire il vuoto con il nulla. La partecipazione della madre e della famiglia al suicidio della figlia sembra a mio parere invece ancora più sconvolgente, sia sul piano umano che su quello clinico. Un genitore che accompagna un figlio in un percorso così esiziale rappresenta a mio modo di vedere il crollo totale ed irreversibile non solo della genitorialità ma forse, a conti fatti anche della funzione più generica di aiuto. Nei confronti della morte, della morte voluta e cercata, da sempre abbiamo avuto posizioni in qualche modo univoche, che nel tempo poi si sono magari mitigate ma che in ogni caso, a prescindere dalla storia di ciascuno tracciavano un confine netto. Il mondo dei viventi può comprendere ma non autorizzare la pratica del suicidio, dalla chiesa che non dava il terreno sacro nel quale tumulare i suicidi alla stessa posizione psicologica che, pur riconoscendo la sofferenza psichica e la sua micidiale carica mortifera, cerca sempre di aiutare il cliente a scegliere la vita, a riattivare una spinta di vitalità. La presenza della famiglia accanto al letto della ragazza che sceglie di morire a me sembra davvero un fatto inaudito e sicuramente patologico: inaudito poiché nel cercare di prendere atto di una realtà si finisce col legittimarla, con far crollare l’ultimo mattone rimasto sul muro, quello del non partecipare. Patologico, sicuramente patologico, perché più che suicidio assistito si tratta qui di morte per identificazione proiettiva, in quanto anche la famiglia ha finito con l’agire parti psichiche di Noa, le parti malate. Temo, quando avremo finito di indignarci anche di queste cose, che il mondo che consegneremo ai nostri figli farà fatica a distinguere non solo il bene dal male ma anche il sano dal malato, in una corsa verso la deresponsabilizzazione più assoluta in cui scambiamo il comprendere, il capire, con l’autorizzare.
Uppercut: un colpo micidiale, dal basso verso l’alto, che coglie impreparati. Che può fare davvero male. Già, perché la nostra struttura biomeccanica è stata costruita per reggere la pressione e non la trazione. La forza di gravità, da sempre ci impegna a sopportare pesi per cui il nostro corpo nel cammino dell’evoluzione ha sviluppato muscoli, ossa, disegnati per reggere spinte dall’alto verso il basso. Ma l’uppercut no, non riusciamo a reggerlo, non siamo stati costruiti per poterlo reggere.
Mi ha colpito la storia di Noa, proprio come un colpo dal basso verso l’alto, che squassa le strutture protettive, che sorprende e ferisce. Mi sono detto che è per il fatto che una persona così giovane abbia scelto di morire, che abbia pensato che la vita sia il male peggiore e la morte la grande liberatrice. Non ci si può aspettare da una giovane donna di 17 anni una rinuncia alla lotta: nell’età del ‘mi spezzo ma non mi piego’ ci si aspetta a volte anche la via suicidaria ma non in una dimensione così pensata, condivisa, organizzata.
La vita di Noa, almeno la vita che la narrazione ci consegna è stata una tribolazione infinita, una battaglia continua contro eventi che hanno inesorabilmente tolto l’elemento vitale dalla vita stessa, fino a consegnarla alla decisione finale. Purtroppo nel mio mestiere non è la prima volta che assisto a situazioni di questo tipo. Ma non è questo dolore, seppur profondo, l’uppercut che mi ha steso. Ciò che mi appare scandalosamente inaccettabile è la dimensione ‘social’ nella quale è accaduta questa cosa da un lato e al contempo la collusione della famiglia di Noa, dall’altro.
La morte di Noa segna l’ingresso in un mondo in cui anche l’ultima stanza, quella in fondo, dopo l’ingresso, il salotto, il bagno, le camere da letto, quell’ultima stanza in cui tutti entriamo prima o poi, anche quella stanza ha una telecamera, ha uno tasto per i like.
Finiti i tempi in cui quando si parlava di morte si diceva che la caratteristica fondamentale era ‘l’essere-sempre-mia’, ovvero che la morte ci faceva entrare in una intimità ontologica, non condivisibile, un passaggio in cui saremo stati chiamati per appello nominale, uno per volta. Dalla disperazione di Cristo in croce, dal Deus meus ut qui derelequisti me, dalla profondità abissale del morente siamo passati a tutto il mondo che guarda dal buco della serratura, in una globale falsa preghiera che, come i finti amici dei social, cerca di riempire il vuoto con il nulla.
La partecipazione della madre e della famiglia al suicidio della figlia sembra a mio parere invece ancora più sconvolgente, sia sul piano umano che su quello clinico. Un genitore che accompagna un figlio in un percorso così esiziale rappresenta a mio modo di vedere il crollo totale ed irreversibile non solo della genitorialità ma forse, a conti fatti anche della funzione più generica di aiuto. Nei confronti della morte, della morte voluta e cercata, da sempre abbiamo avuto posizioni in qualche modo univoche, che nel tempo poi si sono magari mitigate ma che in ogni caso, a prescindere dalla storia di ciascuno tracciavano un confine netto.
Il mondo dei viventi può comprendere ma non autorizzare la pratica del suicidio, dalla chiesa che non dava il terreno sacro nel quale tumulare i suicidi alla stessa posizione psicologica che, pur riconoscendo la sofferenza psichica e la sua micidiale carica mortifera, cerca sempre di aiutare il cliente a scegliere la vita, a riattivare una spinta di vitalità.
La presenza della famiglia accanto al letto della ragazza che sceglie di morire a me sembra davvero un fatto inaudito e sicuramente patologico: inaudito poiché nel cercare di prendere atto di una realtà si finisce col legittimarla, con far crollare l’ultimo mattone rimasto sul muro, quello del non partecipare. Patologico, sicuramente patologico, perché più che suicidio assistito si tratta qui di morte per identificazione proiettiva, in quanto anche la famiglia ha finito con l’agire parti psichiche di Noa, le parti malate.
Temo, quando avremo finito di indignarci anche di queste cose, che il mondo che consegneremo ai nostri figli farà fatica a distinguere non solo il bene dal male ma anche il sano dal malato, in una corsa verso la deresponsabilizzazione più assoluta in cui scambiamo il comprendere, il capire, con l’autorizzare.
2 commenti
Gianni Stival
Lei in questo articolo è psichiatra, psicologo, filosofo, criminologo, supervisore… troppe cose contemporaneamente.
Massimo Buratti
Non sono psichiatra, per il resto sa com’è, da giovane non facevo sport e mi piaceva studiare…