Se esistesse una diagnosi per ogni nostro comportamento bizzarro, probabilmente a quest’ora avremmo tutti una cartella clinica piuttosto interessante. L’ossessione per il lavoro, il bisogno di controllare tutto, la paura di sbagliare, la rabbia improvvisa, le ore passate davanti allo smartphone: basta poco per trasformare un tratto del carattere in un’etichetta. Ma una persona è davvero la sua diagnosi?
È partita da qui, con una buona dose di ironia, l’ottava edizione del Matto dell’Anno, il premio promosso dalla Fondazione Lighea e andato quest’anno a Milena Gabanelli. Una serata al Teatro Gerolamo di Milano che, attraverso musica, teatro, provocazioni e un pizzico di paradosso, ha scelto di parlare di salute mentale senza trattarla come qualcosa che riguarda sempre “gli altri”. Ad accompagnare la serata, la musica di Roberto Franca, pianista e compositore, e Alessandro Acri, violinista pluripremiato e docente al Conservatorio di Cosenza. A consegnare il premio, l’attore, regista e scrittore, nonché Matto dell’anno 2026, Antonio Albanese.
Perché il punto, alla fine, è proprio questo: dove passa il confine tra normale e diverso, sano e malato, equilibrio e follia? «Il senso della festa del Matto dell’anno è riuscire a comunicare che le persone che convivono con le difficoltà legate al disagio psichico non sono altro da noi. Il “matto” non è altro da noi, è chi ha un mal di vivere profondo, al di là delle diagnosi mediche», spiega Giampietro Savuto, psicologo e fondatore di Fondazione Lighea.
Una frase che contiene il senso stesso del premio: spostare lo sguardo. Non cancellare la sofferenza psichica, né negare l’importanza delle diagnosi, ma evitare che una diagnosi diventi una persona. Perché una condizione psicologica può descrivere una parte della nostra esperienza, ma difficilmente può esaurire la complessità di un essere umano.
Quando la diagnosi diventa un’etichetta
Il tema è emerso con particolare forza proprio nel momento della premiazione. La “diagnosi” di Milena Gabanelli, naturalmente, non è una diagnosi clinica: è un gioco teatrale che prende alcuni tratti della sua personalità pubblica e professionale – la precisione, la ricerca ossessiva dei dati, il perfezionismo, l’intransigenza nella verifica dei fatti – e li trasforma in una provocatoria cartella clinica.
La conclusione? Un «disturbo ossessivo-compulsivo molto ben sublimato», corretto da una buona dose di ironia.
Il paradosso funziona perché rovescia il meccanismo con cui spesso guardiamo alla salute mentale. Da una parte tendiamo a utilizzare le diagnosi come etichette capaci di semplificare persone e comportamenti; dall’altra, in una società nella quale definire se stessi sembra diventato sempre più difficile, quelle stesse etichette possono persino diventare rassicuranti.
La Fondazione Lighea mette in guardia proprio da questo rischio: la complessità dell’animo umano non può essere contenuta in uno schema fisso e uguale per tutti. Una diagnosi può essere uno strumento per comprendere e curare, ma non dovrebbe trasformarsi in una definizione identitaria totale.
La follia non è contagiosa
A raccontare il pregiudizio che ancora accompagna la parola “matto”, nella serata del Matto dell’Anno, è stato anche un mockumentary costruito sul confine tra realtà e finzione.
Lo spunto parte da una tesi di Michel Foucault sulla storia della follia e sulla possibile origine dei manicomi a partire dai lebbrosari: strutture nate per isolare i malati durante le epidemie e successivamente riutilizzate per altri “diversi”, criminali e persone considerate folli.
La storia immaginata dalla Fondazione Lighea e realizzata da Pietro Taronna gioca proprio sul cortocircuito tra verità storica e invenzione. E arriva a un punto essenziale: la follia non è contagiosa.
Una banalità, apparentemente. Ma è proprio sulle banalità che spesso si costruiscono i pregiudizi più resistenti.
Il video insiste inoltre su un altro confine molto contemporaneo: quello tra vero e falso. Le immagini, le interviste e persino la voce narrante sono costruite anche attraverso l’intelligenza artificiale. Una scelta che serve a mostrare quanto sia facile, soprattutto quando si parla di salute mentale, confondere informazione e pregiudizio, realtà e rappresentazione.
Il premio alla “follia” che ci assomiglia
La scelta di Milena Gabanelli come Matta dell’Anno è tutt’altro che casuale.
La sua “follia” è quella della verifica, del controllo dei fatti, della ricerca ostinata della correttezza. Una forma di ossessione trasformata in metodo professionale. Una caratteristica che, fuori contesto, potrebbe persino sembrare patologica e che, dentro il giornalismo, è diventata una delle sue cifre distintive.
Dai reportage di guerra a Report, fino a Dataroom, Gabanelli ha costruito una carriera sulla necessità di controllare, verificare, documentare. E il premio sceglie proprio l’ironia per sottolineare quanto sia sottile il confine tra una caratteristica personale e un’etichetta diagnostica.
A consegnarle il premio è stato Antonio Albanese, Matto dell’Anno 2025: un altro artista abituato a stare sul confine tra realtà e follia, costruendo personaggi che esasperano i nostri difetti fino a renderli, spesso, riconoscibili.
Perché forse è questo il senso più interessante del “Matto dell’Anno”: non celebrare la follia, ma usarla per mettere in discussione il modo in cui definiamo la normalità.
Alla fine della serata resta una piccola certezza: essere completamente sani, completamente equilibrati, completamente razionali è probabilmente un’ambizione che andrebbe – quella sì – guardata con sospetto.


