Un'illustrazione che raffigura due mani di uno scheletro, nere, accostate, coi pollici e gli indici nel segno del cuore, circondandone uno rosso grosso.
Attualità

L’amore non è quello che ci hanno raccontato

Dopo l’ennesimo femminicidio un dubbio: ma non sarà anche la narrazione dell’amore, indissolubilmente unito nel binomio con la morte, a farci perdere di vista ciò che realmente significa amare un’altra persona?

Un’altra donna uccisa, ne abbiamo persa un’altra. Ecco allora i titoli sparati, le foto rubate, i pareri degli “esperti”, le teorie sul movente. Vale la parola di tutti, dalla signora della porta accanto, al politico, al ministro…

Tutti a dire basta, che non se ne può più, che sono troppe le donne a morire, troppi i mostri a uccidere, la stessa liturgia, la stessa narrativa, gli stessi accordi, battere e levare, una melodia che non vorremmo mai più sentire.

Si cerca di entrare nella mente del cattivo di turno, di comprenderne i fraseggi, il perimetro dei pensieri, le differenze con la nostra tessitura. In fondo, ci diciamo poi, noi siamo diversi, abbiamo una cultura che ci difende, che ci tiene lontano, che ci protegge in un comprendere che contiene anche i peggiori pensieri, le pulsioni più oscure.

Ma allora perché continua a ripetersi questa sequenza?

Perché non c’è settimana che non ci consegni almeno due donne vittime della violenza maschile?

Come possiamo trovare un pensiero che ci aiuti, una parola che marchi nettamente il confine con il male, che ci garantisca di stare dalla parte giusta?

Beh, noi in fondo siamo quelli che credono nell’amore, nell’eternità dell’amore, del dare la vita per l’altro o per l’altra.

Noi non faremmo mai nulla di male, noi la pensiamo come Agostino e il suo «ama e fa ciò vuoi», dunque se amiamo non possiamo sbagliare, non recheremmo mai danno ad alcuno!

E se invece fosse proprio la narrativa amorosa il problema? Se tutto ciò che da sempre ci raccontiamo sull’amore fosse una trappola dalla quale non si riesce a uscire?

Pensiamoci bene: «Pace non trovo e non ho da far guerra, e tremo ed ardo e son di ghiaccio», e poi Montecchi e Capuleti, Paolo e Francesca, Orfeo ed Euridice, Renzo e Lucia: così, in ordine sparso, avanti e indietro nel tempo, a consegnarci una lezione sull’amore sacrificale, proibito, ostacolato talvolta dagli dei talvolta dall’uomo, l’amore che in ogni caso resiste al tempo, resiste agli ostacoli, che vince sopra ogni situazione, che si afferma a costo di dover morire.

A costo di dover morire… Dunque è questa la narrazione amorosa nella quale siamo imperniati, non «ama e fa ciò che vuoi» ma “anche a rischio di morire ama”. Innamorarsi nella lingua inglese si dice “cadere in amore”: certo, non ci si pensa mai che a cadere a volte ci si fa tanto male.

Io, nel mio piccolo, senza pretesa alcuna di aver soluzioni su una situazione di così vasta complessità, sommessamente, con parole di ubriaco vorrei proporre un cambiamento di passo.

Cominciamo a raccontare l’amore in un altro modo, chiediamo agli artisti e ai poeti, ai musicisti, ai cantanti, financo ai filosofi di parlarci di un sentimento che si dispiega senza troppa passione, praticando la sobrietà, rintracciando nei gesti della quotidianità quell’essere utile l’uno all’altra, meno lirico ma foriero forse di finali meno drammatici.

In fondo amare non è solo perdere la testa ma anche “scendere insieme milioni di scale”.

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, psico-oncologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente a contratto Università Bicocca - Lecco - Facoltà Medicina e Chirurgia, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia, docente a contratto Fondazione Policlinico Irccs San Matteo - Pavia

4 commenti

  • LAURA

    Ho letto la bellissima raccolta di lettere e cartoline scambiate tra Szymborska e il suo amore di età matura: Kornel Filipowivz (altro grande scrittore polacco a noi magari meno conosciuto di Szymborska) Si sono amati profondamente per ventanni (fino alla morte di lui) senza mai abitare sotto lo stesso tetto per cui scambiandosi lettere, cartoline, i conti! (cosa mi devi, perchè ho pagato per te la bolletta etc etc) I due viaggiavano spesso, per lavoro, per passione (tipo quella di Kornell per la pesca) o per salute e quando uno era via l’altro si occupava della casa(gatto compreso) di quello partito
    Un amore se vogliamo leggero e profondo insieme, pieno di continua tenerezza che passa attraverso una cartolina che pensi potrà piacere all’amato, un disegnetto o un diario della propria giornata, o il prezzo del pesce … una bellissima lettura. Si intitola “meglio di tutti al mondo sta il tuo gatto” (dichiarazione d’amore di Szymborska verso Kornel che viveva con un gatto, al quale peraltro lei ha dedicato una poesia bellissima quando è rimasto orfano di Kornel)

  • massimo

    Cara amica, compagna di pensieri lenti e delicati, quello che scrivi apre una voragine di tenerezza ed amore ed arriva a me come una brezza confortante; prima di tutto mi conforta che qualcuno abbia inteso il senso profondo di questo mio scrivere, che certamente non vuol essere una rivelazione o una teoria più o meno azzeccata su qualcosa di una complessità devastante.
    L’altra cosa che mi conforta ancor di più è che in questo periodo in cui tutti corrono dietro alla palla, passaggio dopo passaggio, c’è ancora qualcuno che si ostina empiamente a cercare di comprendere il processo, la rete e non il pesce.
    Ti abbraccio, Max

    • laura

      copio la bella poesia che Szymborska scrive per il gatto di Kornel (o per sè?) quando quest’ultimo muore

      “Morire – questo a un gatto non si fa.
      Perché cosa può fare un gatto
      in un appartamento vuoto?
      Arrampicarsi sulle pareti.
      Strofinarsi tra i mobili.
      Qui niente sembra cambiato,
      eppure tutto è mutato.
      Niente sembra spostato,
      eppure tutto è fuori posto.
      E la sera la lampada non brilla più.

      Si sentono passi sulle scale,
      ma non sono quelli.
      Anche la mano che mette il pesce nel piattino
      non è quella di prima.

      Qualcosa qui non comincia
      alla solita ora.
      Qualcosa qui non accade
      come dovrebbe.
      Qui c’era qualcuno, c’era
      poi d’un tratto è scomparso
      e si ostina a non esserci.

      In ogni armadio si è guardato.
      Sui ripiani si è corso.
      Sotto il tappeto si è controllato.
      Si è perfino infranto il divieto
      di sparpagliare le carte.
      Che altro si può fare.
      Aspettare e dormire.

      Che lui provi solo a tornare,
      che si faccia vedere.
      Imparerà allora
      che con un gatto così non si fa.
      Gli si andrà incontro
      come se proprio non se ne avesse voglia,
      pian pianino,
      su zampe molto offese.
      E all’inizio niente salti né squittii”.

      ricambio l’abbraccio

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