Si sa, la gente predica bene ma razzola male, e tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.
Quante volte abbiamo sentito questi o altri adagi simili, a indicarci la faticosa pratica della coerenza, del mettere a terra le parole e farle divenire carne, comportamenti, opere. A parole tutti siamo corretti e coerenti ma poi — si sa — cadiamo sotto la fatica, il sudore, la difficoltà di trovare il coraggio di essere conseguenti alle parole stesse.
Questo modo di ragionare però presenta anche alcuni limiti: dire che «quello che conta sono i comportamenti e non le parole» mi trova solo parzialmente d’accordo, perché sento che, così facendo, svalutiamo il potere delle parole, le releghiamo a mera rappresentazione del reale: non più sonde verso nuove realtà ma solo rappresentazioni di una realtà già presente.
Ci troviamo dunque di fronte a una biforcazione del pensiero: da un lato la parola capace di creare mondi e dall’altro una parola che risulta valida solo se trova un correlato reale a confermarla.
La parola, a parer mio, gode di una sua autonomia di vita, recide persino il legame di paternità con chi l’ha proferita, riesce a creare una realtà autarchica che la rende indipendente fino a dimenticare la propria genealogia. La parola così intesa, nel liberarsi dal suo legame genealogico, ci consegna un mondo col quale possiamo confrontarci al di là delle vicende personali di chi le ha proferite, senza costringerci a schierarci, a trovare un senso che esuli da quello della parola in sé.
Detto altrimenti:
se immaginiamo di leggere un libro, un articolo, una poesia, quanto è importante conoscerne l’autore, il suo carattere, le sue idee politiche, le pieghe della sua anima? Non ha forse una vita propria l’opera prodotta, che va al di là del legame con chi l’ha prodotta?
Eugenio Montale, per esempio, ha scritto una poesia d’amore tra le più belle mai scritte, dedicata alla donna della sua vita (Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale). Leggendo la sua biografia però, il Montale uomo non è poi così integerrimo e fedele, tutt’altro diremmo. Poi c’è Martin Heidegger, uno dei filosofi più importanti del ’900, nella sua vita convinto nazista, a tal punto che arrivò addirittura a troncare il legame affettivo con la sua allieva Hannah Arendt perché ebrea.
Siamo dunque di fronte a una scelta: accogliere la parola a prescindere e cercare di vedere in che radura di senso ci conduce, oppure guardare dal buco della serratura della storia, scovare le ipocrisie, le differenze tra il dire e il fare per arrivare a una vera e propria realtà coerente che veda il dire come rappresentante del comportamento?
Forse occorre accettare che ciascuno di noi spesso non sia conseguente alle parole che proferisce, alle idee che sostiene. Si tratta, per usare una terminologia clinica, di superare la coerenza, concetto nevrotico del cavaliere senza macchia e senza paura, con la congruenza, espressione delle fatiche di ciascuno di noi, di una parola che forse non ci corrisponde appieno ma che lo stesso cerchiamo di proferire, in questo eterno balbettio che chiamiamo vita.


