L’amore non è l’altra metà della mela

Siamo alla ricerca della metà perduta, per vivere la “relazione perfetta”, in cui si respira all’unisono. Molto spesso quello che viviamo non è altro che un rapporto simbiotico. Che attrae con la sua promessa di assoluto, ma in realtà si rivela un malsano e regressivo. Una relazione affettiva adulta può realizzarsi solo tra individui autonomi e indipendenti

Si accascia affranta sulla poltrona del mio studio e inizia a parlare con affanno: è nel mezzo di un divorzio “cattivo” da un marito che da amante sensibile, affettuoso e devoto si è trasformato in un nemico violento e rancoroso. La signora non sa darsi pace. Che cosa ha minato quell’unione tanto armoniosa, quel legame che sembrava indissolubile? La nascita di un figlio ha alterato l’equilibrio di una coppia asimmetrica per età, nella quale la donna, di molti anni maggiore del coniuge, aveva agito un ruolo genitoriale. Il bambino, catalizzando su di sé le attenzioni e le cure della madre, aveva spodestato l’uomo della posizione di figlio fino ad allora ricoperta, nutrendo la sua gelosia e innescando il suo desiderio di vendetta. Questa vicenda, che non esito a definire emblematica, mi induce ad alcune riflessioni. 

Tutti abbiamo memoria del mito dell’Androgino descritto da Platone nel “Simposio”, l’essere perfettamente sferico, sintesi di maschile e femminile. Proprio la sua perfezione aveva suscitato l’invidia degli dèi e indotto Zeus a dividerlo con un taglio netto: da quel momento le due metà amputate avrebbero tentato di ristabilire l’unità perduta.  Il mito è stato sempre interpretato come continua ricerca, da parte dell’uomo e della donna, di un partner amoroso con il quale realizzare l’unione perfetta, banalizzando, l’anima gemella.  Ma quell’assoluta completezza, quell’unità autosufficiente è veramente così auspicabile?

La bella signora che mi sta di fronte, l’incastro perfetto l’aveva trovato, il suo matrimonio era stato un legame profondo, in cui due esseri avevano vissuto, amato, respirato all’unisono. Forse la suggestiva immagine dell’essere sferico platonico potrebbe meglio prestarsi, considerata con sguardo diverso, a fornire il modello della simbiosi.

Nel rapporto simbiotico si annullano i confini che delimitano l’individuo, cui subentra la fusione di due esseri che esistono solo nella reciproca dipendenza. Tutti abbiamo avuto esperienza di un tale rapporto nei primi mesi di vita (e ancor prima nel periodo della gestazione), quando siamo stati legati alla madre in modo totale ed esclusivo. Crescendo, il legame si allenta, matura il processo di individuazione. O almeno così dovrebbe andare una sana evoluzione verso la conquista dell’età adulta.

Che in tutti rimanga un po’ di nostalgia per quel lontano tempo felice è sentimento naturale, ma c’è anche chi non riesce a risolvere la sua dipendenza, mentre per qualcun altro questa è frutto di un processo regressivo.

I nodi di una maturazione non risolta si ripercuotono sulle scelte amorose e matrimoniali, che tendono a riprodurre la dipendenza infantile instaurando rapporti affettivi molto intensi ed esclusivi, i cui due membri non hanno esistenza autonoma, ma si riconoscono solo nella loro unione, fusi in un unico tutto.

Il legame così stabilito può essere veramente un patto ferreo, tuttavia non è esente da rischi: è sempre possibile che uno dei partner (più frequentemente la donna) intraprenda un suo processo evolutivo e approdi alla conquista di una propria autonomia, oppure è la nascita di un bambino che introduce una variabile nell’equilibrio di coppia, come è successo nel caso della mia paziente.

La fine di una relazione simbiotica è veramente la morte dell’altro che, non essendo in grado di esprimere una esistenza autonoma, vive la rottura come drammatica mutilazione. E spesso chi si sente minacciato di morte, la morte finisce per darla. È questo il meccanismo di molti femminicidi.

Quello simbiotico è un rapporto malsano, che ammalia con la sua promessa di assoluto, insegue la chimera di ricreare l’intatta completezza del modello originario sottratto alle trasformazioni del tempo, quando, fusi con il corpo materno, ci sentivamo protetti da separazione e abbandono. Ma quel paradiso atemporale è per sempre perduto: vi abbiamo rinunciato intraprendendo, con dolore, il cammino della solitudine che ci ha reso individui autonomi e indipendenti. Certo, qualsiasi relazione affettiva significativa comporta dipendenza, quindi possibile sofferenza in quanto costantemente esposta al pericolo del tradimento, dell’abbandono, della fine dell’amore, ma è necessario che entrambi i suoi membri riconoscano le reciproche autonomie e ne accettino il rischio. Solo così il loro rapporto si cala nel tempo, mentre giorno dopo giorno si costruisce e si modifica il suo delicato, precario equilibrio.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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