Un fotogramma dal film "Gli aristogatti" della Disney, che raffigura cinque gatti che si divertono a suonare diversi strumenti in un concerto improvvisato in una camera da letto molto piuttosto malandata.
Attualità

Il politicamente corretto che esclude invece di includere

Il linguaggio politicamente corretto nasce per non discriminare le minoranze e farle sentire accolte e incluse, evitando qualsiasi offesa verso qualunque categoria. Ma la percezione che si sta diffondendo è che, più che un linguaggio di inclusione, sia diventato una gogna che punisce ed esclude tutte quelle persone che, provocatoriamente o inavvertitamente, non si adeguano ai suoi dettami

Qualche mese fa, presa da un afflato nostalgico per la mia infanzia, ho deciso di riguardare, su una nota piattaforma streaming, il cartone Gli aristogatti, classico della Disney la cui trama sicuramente conoscerete. Mi sono accorta però di un avviso che ne precedeva la proiezione: «Questo programma include rappresentazioni negative e/o trattamenti errati nei confronti di persone o culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono oggi». Devo ammettere di essere rimasta piuttosto interdetta: da quando ero piccola a oggi non ho sinceramente mai ravvisato nulla di così riprovevole in un cartone della Disney; perfino guardandolo fino alla fine non sono riuscita a capire a cosa potesse riferirsi tale comunicato. Ho dovuto fare ricorso a internet per scoprirlo: quando la famiglia di gatti segue Romeo che presenta loro la jazz band in cui suona, tra i felini che la compongono ce n’è uno dalle fattezze orientali, con gli occhi a mandorla, che suona il pianoforte con le bacchette che di solito si usano per mangiare nella cucina asiatica. E a quel punto mi sono fatta una domanda: in tutto questo parlare bene o male del politicamente corretto, siamo più stanchi della correttezza o dell’ipocrisia?

Perché il linguaggio politicamente corretto nasce per non discriminare le cosiddette minoranze e farle sentire accolte e incluse, evitando qualsiasi offesa verso qualunque categoria, ma si sa che la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni, e la percezione che si ha oggi è che, più che un linguaggio di inclusione, sia diventato una gogna che punisce ed esclude tutte quelle persone che, provocatoriamente o inavvertitamente, non si adeguano ai suoi dettami.

Sia chiaro, che non si debba offendere nessuno è ovvio e scontato e ognuno deve assumersi la responsabilità di ciò che dice, di come lo dice e delle parole che usa, e questo attiene alla sfera della sensibilità personale e soprattutto della relazione, che con il linguaggio si esprime, anche perché quel «politicamente» davanti a corretto rievoca l’imposizione dall’alto di qualcosa, in questo caso il linguaggio, a cui tutti si devono uniformare, oppure una decisione che soddisfa dei criteri “istituzionali” che, in quanto tali, sono sempre percepiti come lontani dalla realtà vissuta. Forse basterebbe non parlare più di «politicamente corretto», ma rispolverare le vecchie e lontane categorie del rispetto e della buona educazione, oggi andate perdute, in un’epoca in cui ognuno con le proprie ragioni cerca di imporle e di  imporsi sull’altro, dimenticandosi di guardare negli occhi chi ha davanti e capire quali siano le sue istanze; la sensazione che si ha oggi è di un linguaggio che falsa le relazioni tra le persone, avendole rese permalose e legittimandole a sentirsi offese o attaccate per qualsiasi parola suoni loro sgradita o per qualsiasi concetto non in linea con il loro modo di pensare; tuttavia, come dice il caustico Ricky Gervais: «Il fatto che tu ti offenda non significa che tu abbia ragione».

Questa rappresentazione estremamente edulcorata, attenuata, mitigata della realtà, però, stride con la percezione delle persone e produce una sensazione di falsità, come ci insegnano i sordi, che da tempo hanno rigettato il non compromettente «non udenti», perché comprensibilmente stanchi di essere connotati esclusivamente da qualcosa che non possono fare, come se la loro intera esistenza si riducesse al fatto di non poter sentire.

Il cercare un linguaggio teso a evitare qualunque forma di offesa o conflitto, specialmente quando questa ricerca viene fatta da categorie sociali che non hanno mai provato sulla propria pelle la discriminazione, suona ipocrita, perché nasconde subdolamente l’idea che basti modificare una parola per modificare i termini di un problema,

riducendone o cancellandone l’entità, oppure connotando come problematico qualcosa che, magari, nemmeno lo è, e perché un modo di esprimersi di questo tipo annulla ogni forma di differenza e di ambiguità, caratteristiche intrinseche e naturali del mondo in cui viviamo.

Sembra quasi che il linguaggio politicamente corretto funzioni come il paracetamolo per la febbre: abbassa la temperatura e dà sollievo, ma non toglie la causa che ha scatenato l’aumento della temperatura: infatti appena il suo effetto finisce, il virus o l’infezione tornano all’attacco. Così con il linguaggio politicamente corretto: lo si invoca e ci si aggrappa a esso probabilmente nel tentativo di ripulirsi la coscienza dal senso di colpa di essere la maggioranza che non è mai stata discriminata. È giustissimo che gli omosessuali non vengano più definiti e chiamati in maniere offensive, ma ciò non toglie il fatto che, ancora oggi e anche nella nostra “progredita” società occidentale, questi siano visti con diffidenza, disprezzo e disapprovazione, tanto che per molti di loro è faticoso e doloroso parlare del proprio orientamento sessuale, addirittura con la propria famiglia. Allo stesso modo, possiamo sforzarci quanto vogliamo di chiamare «assessora», «ministra», «sindaca» la donna che riveste queste cariche, ma ciò non cancella la realtà che le donne in posizioni di potere o in ruoli dirigenziali siano sempre molte meno rispetto agli uomini e che, a parità di ruolo, siano pagate meno dei loro colleghi maschi. E l’operatore ecologico sarà sempre colui o colei che raccoglie la spazzatura dalle strade, anche se non lo si chiama più «netturbino» o «spazzino».

Senza parlare di come questo spasmodico ricorrere all’eufemismo e alla neutralità non faccia altro che appiattire le differenze, annullandole invece di esaltarle, probabilmente perché, sotto sotto, la diversità che tanto si vorrebbe accettare e includere è implicitamente ancora vista come un limite e non come una risorsa, come un pericolo da temere e neutralizzare (magari con delle belle parole?) e non come una possibilità di confronto.

Paradossali sfumature di grottesco si raggiungono quando al linguaggio politicamente corretto si sovrappone la cosiddetta «cancel culture», quel fenomeno di ostracismo e stigmatizzazione che colpisce persone, o aziende, o opere, colpevoli di aver espresso concetti ritenuti in qualche misura offensivi per qualcuno, che quindi diventano oggetto di indignazione e vengono esclusi dal dibattito politico o culturale o dal consesso sociale o professionale a cui appartengono, di solito a seguito di campagne social ovviamente polarizzate, che riducono la complessità di un pensiero sventolando ipocriti stendardi di moralità (a volte dubbia). Come dimenticare la nota piattaforma che cancellò dal suo catalogo il film Via col vento perché tra i suoi personaggi c’erano degli schiavi afroamericani? Si tratta di un film ambientato proprio durante l’epoca dello schiavismo negli USA. E come dimenticare quell’università milanese che, all’indomani dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, decise di cancellare un corso su Dostoevskij perché… russo? Fortunatamente fece dietrofront, anche perché nel tentativo di evitare polemiche di cui certamente la buonanima di Dostoevskji non aveva colpe, si coprì soltanto di ridicolo.

Voi direte che da qualche parte si deve pur cominciare, per cambiare una realtà che non include, ed è vero, ma poi bisognerebbe continuare e fare di più; invece, sembra che la soluzione ai vari problemi di inclusione sia demandata al solo linguaggio e che questo stia assumendo un’importanza sproporzionata, diventando l’oggetto stesso del cambiamento e non uno degli strumenti attraverso cui operare un cambiamento.

Forse bisognerebbe cominciare a chiedersi a chi giovi davvero questo uso tanto affannoso di belle perifrasi ed epiteti edulcorati: al suo destinatario, identificato come facente parte di un gruppo minoritario, o al parlante che ha paternalisticamente bisogno di mostrarsi giusto, magnanimo, attento alla dignità di tutti e scrupolosamente accorto a quelle che crede siano le istanze delle minoranze?

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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