«Le parole! Le parole sono importanti!»: sembra ancora di sentirlo, Nanni Moretti, fare eco alla nota espressione che iscrive il linguaggio come casa dell’essere. E una delle parole che più sono state osservate, analizzate, guardate e pensate è “diversità”, che insieme a “inclusione” ha dato vita anche a un acronimo internazionale: D&I: Diversity and Inclusion. Nelle aziende è una divisione che si occupa appunto dell’inclusione delle diversità, ovvero di includere persone di ogni tipo, a prescindere dalle loro caratteristiche fisiche, culturali, religiose, etniche, politiche. L’idea, insomma, nelle politiche di D&I è sempre stata quella di favorire l’inclusione della diversità.
Se la parola “inclusione” è stata sezionata e analizzata e criticata tanto da preferirle spesso “integrazione” (perché si include in qualcosa che è dato, in cui la diversità entra, si integra invece tra pari), sulla parola “diversità” vale la pena fare una riflessione ulteriore, per abitare il senso che la contiene, anche se in questa precisa fase storica, va detto, la D&I non gode proprio di buona salute.
“Diverso”, “divergente” sono termini che ci rimandano a uno scostamento rispetto a un qualcosa di “normale”, un allontanamento dalla retta opinione (orthos doxa), dal centro della gaussiana.
Siamo nell’era della misurazione: tutto ha un peso, una quantità, una scala di riferimento, una sua normalità. È finito il tempo in cui non sapevamo ciò che era giusto, in cui non avevamo parole per descrivere l’informe: ora sappiamo, misuriamo, certifichiamo; abbiamo i percentili, le scale di crescita, media mediana, variante, covariante. Tutto stabilito a priori, tutto schedulato, insomma potrebbe sembrare che abbiamo in mano le chiavi della vita e dell’esistenza.
Peccato però che l’esperienza umana non sia standardizzabile, peccato che le cose più importanti non seguano percorsi lineari. Dalla natura avremmo dovuto imparare che la caratteristica a fondamento della vita è l’unicità: certo trovare tratti comuni ci serve per comprendere meglio la realtà, ma non ci deve trarre in inganno, non dobbiamo scambiare il cosa (la descrizione della realtà) con il come (il percorso di ciascuno, la propria originale strada di crescita).
Allora, in accordo con Nanni Moretti, a me sembra che la parola diversità sia essa stessa stigma e dunque non può che essere ontologicamente fallimentare usare lo stigma per combattere lo stigma: si finirebbe per produrre, con un’operazione di colonialismo culturale, una specie di riserva indiana che deve ospitare i diversi e farli sentire a loro agio.
La parola chiave a me sembra invece differenza: differenza non rimanda a uno standard, semplicemente mette in connessione più elementi facendo emergere il come di ciascuno. Certo, la strada si presenta come un ginepraio, poiché nel mondo del come e delle differenze non vi è più giusto o sbagliato e dunque arriva la vertigine. Da questa vertigine però potrebbe emergere uno spazio in cui la missione di ciascuno è quella di trovare il proprio posto, di abitarlo e di comprendere se stessi. Se poi questo non sarà misurabile, ce ne faremo una ragione.


