«a nascondere quello che sei dentro quello che hai…»
Le canzoni, ti girano nella testa e oscilli tra musica e testo… alcune poi sembra che formino un connubio perfetto tra queste due dimensioni del voler dire.
Così, accade che certi passaggi si incollino addosso, come cavatappi che si avvitano nella testa. Essere e avere: certo, non una cosa così originale, ma sicuramente un argomento dominante in questa strana, smandrappata attualità.
Che verbo interessante essere, sembra aprire le profondità più recondite di ciascuno di noi. Talvolta da verbo si fa sostantivo e ci comanda di riflettere sulla nostra intimità, sulla nostra essenza (non a caso declinazione dell’essere).
Certo per comprendere veramente chi siamo ci vorrebbe forse tutta una vita eh: le sfumature, i nostri desideri, l’identità, il nostro amare. Cose impegnative che ci conducono piano piano verso la parte più difficile dell’essere.
Infatti, a volte ci sorprendiamo a pensarlo (l’essere) nella sua dimensione assoluta, in quella direzione che non ci dà scampo… essere o non essere.
Eccolo lì, il verbo che non ha un contrario, ovvero che nel contrario ci comanda di uscire dal gioco, di chiamarci fuori.
Sarà forse per questo, per lo scandalo esiziale del non essere, che spesso preferiamo il fare, più agevole, più usabile.
Posso fare o non fare senza rischiare troppo; poi “fare” suggerisce una presa diretta con l’azione, con la possibilità finalmente di controllare il mondo delle cose.
Soprattutto alle mie latitudini, nella città degli uomini del fare, tutto questo ha finito — come direbbero gli americani — per brandizzarci, per trovare nel fare il nostro modo di vivere.
Poi, dal fare all’avere il passo è stato piuttosto breve e scontato e dunque arriviamo al passo citato in cima. C’è però qualcosa di strano e al contempo perverso nel nascondere ciò che siamo in quello che abbiamo. Scrivo “perverso” nel senso pieno del termine, ovvero che si snatura, che ci allontana da chi veramente siamo.
Il mondo dell’avere è un mondo bulimico, affamato e mai pago di ciò che divora, una dimensione di continua, trepidante attenzione verso ciò che ci manca, ciò che dobbiamo ingoiare di fretta prima che arrivi di nuovo il vuoto.
Al contrario dell’essere, che nel non avere un contrario diviene argine invalicabile della nostra identità, nel mondo dell’avere siamo posseduti da una angoscia costante, sempre lì a controllare di non essere sorpassati, di non perdere posizione, in competizione perenne e con l’assillo di non potere avere ciò che ci manca.
Forse, a conti fatti, la via d’uscita potrebbe essere ri-innamorarci di chi siamo come un tempo accadeva, certo forse un sacco di tempo fa, quando con ingenuità disarmante avevamo ancora l’ardore di domandarci: io chi sono?
Un commento
Lorenzo Ruzzante
Ci richiama al ” fatti non foste per viver come bruti” e da qui un piccolo excursus nel nocciolo della vita di ognuno di noi. È già una vittoria, sull’uso più o meno compulsivo dello smartphone e costringerci ad usare il cervello in modo più o meno liberamente.