La vedevi incedere come un cavaliere nella perfezione della sua armatura splendente. Altissima, ma con tacchi 12, bionda di un biondo Marilyn, occhi azzurri e ombretto viola, labbra e unghie scarlatte, pantaloni attillati o minigonne vertiginose, seno immenso, straripante, da maggiorata anni sessanta. Un corpo ingombrante, eccessivo, che nascondeva voce di bambina, vezzi di bambina, pianti di bambina, sorrisi di bambina.
Chi la guardava vedeva un quadro prezioso, ne coglieva i colori, ma sotto le vesti, sotto la pelle, cosa c’era?Qualcosa che non si riusciva a afferrare, come se quel guscio luminoso non fosse abitato da nessuno. Gli uomini subivano l’attrazione di quel vuoto che ciascuno poteva riempire delle proprie fantasie, si specchiavano nella sua trasparenza come Narciso nell’acqua della fonte. Lei non si lasciava avvicinare, non si lasciava rivelare, considerava i partner traditori, tutti traditori, e quindi praticava l’abbandono preventivo, per non essere abbandonata, o si concedeva a relazioni impossibili che le permettevano di indossare la maschera tragica.
Cosa sentiva? Cosa voleva? Cosa chiedeva? Inutile domandare: era un’indagine sul nulla.
In passato aveva sperato di incontrare qualcuno che l’animasse, un Pigmalione che le infondesse vita. Forse non l’aveva trovato perché metteva soggezione: troppo alta, troppo bionda, troppo bella, troppo perfetta, troppo imponente, troppo ingombrante… troppo tutto.
Diceva «ho sofferto», ma il viso rimaneva radioso sotto il trucco perfetto.
Diceva «soffro», ma gli occhi fermi, senza espressione, non rivelavano alcuna ombra, alcun umidore.
Diceva «mi dispero», ma la voce fluiva uniforme nella sua atonia, senza incrinature.
La sua sofferenza era trasparente, trasparente la disperazione. Molto tempo prima si era messa una maschera e non era più riuscita a toglierla, per esistere aveva bisogno di qualcuno che la raccontasse. Un giorno mi disse «Ho letto un libro interessante». «Quale?», le chiesi. «Glielo porterò».
All’incontro successivo, appena entrata, depose sulla mia scrivania un volume in edizione economica. Poi si mise in piedi al centro della stanza e iniziò a liberarsi: via la borsetta di nappa, via anelli, bracciali, collane, orecchini, via la giacca di cachemire, i leggins push-up, la camicetta di seta rosa, via la biancheria di pizzo, via le unghie ricostruite e laccate di scarlatto, via le lunghe ciglia lucenti di mascara… e poi il trucco, strato dopo strato.
Alla fine sul pavimento ho visto un mucchietto di resti multicolori alla rinfusa, pezzi disarticolati di un manichino. Era tutto ciò che restava di lei. Evaporata. Spira sottile di fumo azzurrino, cirri chiari in un cielo che imbruniva.
Ho guardato il libro: era «Il cavaliere inesistente» di Italo Calvino.


