Al di là della competizione potremmo perfino scoprire chi siamo

Una foto che ritrae una fila di impiegati e impiegate, vestiti tutti molto elegantemente e un po’ tutti alla stessa maniera, in posizione di partenza, chinati su un ginocchio piegato quasi fino a terra e l'latro, il destro, raccolto sotto il petto, sulle varie corsie di partenza di una pista da corsa di terra battuta rossa, inquadrata un po’ in diagonale.
Viviamo nel tempo della competizione permanente, che propina come paradigma il principio di prestazione: siamo obbligati a correre veloci e a diventare macchine performanti, dimenticandoci perfino che potremmo inciampare. Ma perché siamo portati a trascurare l’esistenza della caduta? O meglio, perché vogliamo dimenticarcene? E quanto è importante, a scuola, imparare a cadere?

“Il nostro è il tempo dei corpi e dei pensieri costantemente in gara”. Una gara che non finisce mai, “una competizione permanente”, un “agonismo perpetuo”. Mi ha colpito molto il racconto di questo nostro tempo che lo psicoanalista Massimo Recalcati ha fatto a una platea di studenti milanesi. Un tempo in cui l’io – dice – sta diventando un idolo e noi non possiamo fare altro che esibirci in un mondo ridotto a spettacolo.

Se ci penso, mi vedo circondata da persone impegnate nella ricerca inesausta e affannosa della propria autoaffermazione, dello spazio da dare al proprio “io”. E allora me li immagino su un palco, il palco del nostro mondo, a ripetere senza mai stancarsi “io, io, io…” finché quel suono finisce per somigliare al raglio di un asino (i-o i-o i-o i-o)… E chissà, forse solo allora il pubblico, che poi di fatto non è diverso dagli attori, udirebbe per la prima volta il suono mordace dell’ironia che è intrinseca alla nostra ossessione di performare.

D’altra parte, ostentare un Io forte e sicuro di sé, ostentarlo quasi fino al paradosso, non è altro che un modo di nascondere fragilità, insicurezze e indecisioni. Questo “secolo superbo e sciocco” tesse un immaginario di riferimento votato al successo, alla prestazione e alla corsa, in cui l’insuccesso e il fallimento non sono contemplabili nell’universo di efficienza dell’uomo-macchina (e per “macchina” intendo mosso e istruito meccanicamente). Secondo questo canone di prestanza – riflette Recalcati – la salute mentale non può che coincidere con l’efficacia della macchina stessa: il sintomo nevrotico (per non parlare del sintomo fisico) viene percepito come malfunzionamento che annichilisce l’entità meccanicamente perfetta.

Nell’interpretazione dello psicanalista, siamo tutti un po’ storti: la stortura costituisce l’essenza della nostra singolarità. Forse malato è da considerare allora chi concepisce roboticamente la propria esistenza conformemente all’esistenza della realtà performativa; in questo modo la personalità normotica fa della normalità (performativa) il suo ideale desiderabile, rendendo tutti gli aneliti della vita semplici meccanismi robotici. Ecco perché lo psicoanalista torna a ribadire come sia indispensabile l’esistenza del sintomo, che mai andrebbe combattuto, o peggio estirpato; il sintomo esige invece di essere integrato, accolto, intendendosi come tratto insostituibile dell’inclinazione soggettiva di ciascuno.

E allora se la stortura, la fragilità cerchiamo di nasconderle dietro a un io convintamente incrollabile e monolitico, rinunciamo ad ascoltarci, a vederci, a conoscerci nel profondo.

Proprio il principio di prestazione e l’affermazione di Io incrollabili, che non conoscono la natura della vulnerabilità e della mutevolezza, hanno portato i giovani, se non addirittura i bambini, a rapportarsi con il loro paradigma generazionale in maniera profondamente stressante e ansiogena.

La soluzione a quest’ansia, in alcuni casi, è stata in molte scuole l’abolizione del sistema di valutazione, in nome di un apprendimento sereno che sappia incentivare un assorbimento materiale del contenuto, piuttosto che uno studio funzionale alla valutazione della performance. Il voto e il giudizio – originariamente pensati come metro di valutazione di una prova circoscritta – diventano così voci sinistre che contrastano la fermezza statuaria degli Io-studenti, incapaci di accettare i propri attimi fallaci, volubili e più che mai inammissibilmente fragili.

Ma siamo davvero certi che l’eliminazione dello strumento di giudizio riesca a mitigare l’apparizione del “sintomo” ansiogeno? Le scuole non dovrebbero invece educare i ragazzi all’accettazione precoce del fallimento? Recalcati dice: “Io amo le cause perse, perché nelle cause perse c’è un terreno fertile”, suscettibile di trasformazione e mutamento.  Ma poi, di fatto, chi non ha ansia? L’ansia non è forse la trama di ciascuna vita umana? Non esiste attività per l’uomo (anche se meccanizzato) che non sia fonte di ansia, o comunque di una qualsiasi forma di apprensione. Abolire gli strumenti di valutazione è un po’ come rompere il termometro perché ti dice che hai la febbre.

Ritengo che eliminare non sia mai una scelta del tutto risolutiva; non sono certa che, mortificando il voto e la scansione dell’anno scolastico in quadrimestri, quell’ansia che assilla i banchi delle nuove generazioni riuscirebbe a lievitare, dissolvendosi. Forse, una soluzione che potrebbe profilare un percorso di autonomia e indipendenza per i giovani studenti è l’adozione di un nuovo sistema di autovalutazione: il giudizio, in questi termini, verrebbe forse percepito come una valutazione intrinseca e consapevole che lo studente stesso si cuce addosso, a partire dalla consapevolezza materiale delle proprie competenze. Bisognerebbe allora ripensare il sistema scolastico in toto, senza volerne stravolgere o tagliare gli strumenti.

La valutazione non vuole e non deve essere un criterio di giudizio calato dall’alto, vissuto astiosamente come un’ingiustizia e volto a demolire le prestazioni e lo stato d’animo dello studente; l’obiettivo è invece che la valutazione rimanga uno strumento con cui, in pace, lo studente possa finalmente guardarsi dentro e, perché no, addirittura scoprirsi.

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Caterina Canova

Diciannovenne, maturità classica al Parini, studia Giurisprudenza alla Statale di Milano. Ama leggere, viaggiare e danzare, con la mente e con il corpo.

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