Da solo ritrovo me stesso

Una foto che ritrae una donna in un abito nero, che per forma somiglia un po’ a un saio da frate, inginocchiata al centro di una vasta area di terreno piatto e sabbioso, mentre si leva una maschera bianca dal viso reggendola con entrambe le mani e le braccia distese di fronte a sé. Ha la testa reclinata all’indietro e guarda al cielo. Alla sua destra c’è un arbusto basso, con pochi rami spogli, uno dei quali, in alto, sorregge un’altra maschera, nera, e un altro, più in basso, sorregge un alto cappello a cono, anch’esso nero. Alla sua sinistra, conficcati nel suolo, leggermente inclinati verso destra, ci sono due specchi che riflettono il cielo e il terreno desertico intorno, uno più basso e stretto, più vicino alla donna inginocchiata, e uno più alto e largo, leggermente curvato a mo’ di “5” rovesciato lungo l’asse verticale, più lontano di qualche metro. La donna e l’arbusto e tutti gli oggetti descritti proiettano sul terreno lunghe ombre orientate verso il lato destro dell’inquadratura. Sullo sfondo, in lontananza, quasi all’orizzonte, ci sono basse colline verdi e alberate. Sopra l’orizzonte c’è un cielo azzurro, cupo sulla destra dell’inquadratura, chiaro e illuminato invece dal chiarore del sole, fuori dall’inquadratura, sulla sinistra. La parte di cielo visibile è in parte coperta da una grossa nuvola, bianca sulla sinistra, dov’è illuminata dal sole, e più scura e minacciosa di pioggia sulla destra, dove non lo è.
Lo sguardo dell’altro mi aiuta a definirmi ma può diventare una prigionia, una confusione di aspettative soddisfatte e deluse. E la solitudine, che poco sopportiamo, può essere la chiave per tornare a noi stessi e capire ciò che profondamente ci appartiene

«C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando sei solo, resti nessuno» (L. Pirandello)

A leggere queste parole, leggerle di corsa o facendo surf sui possibili significati, si potrebbe pensare che dunque l’unico modo per sentire se stessi sia proprio quello di entrare in un ruolo, di connettersi con il mondo di fuori. Certamente il nostro modo più immediato di coglierci è all’interno di quello che Schopenhauer definirebbe il mondo delle rappresentazioni. Io sono il figlio di, il marito di, il padre di, l’amico di, il collega di, e via discorrendo: riesco a cogliermi all’interno di un complesso gioco di connessioni con l’altro, facendo fare all’altro in qualche modo il ruolo dello specchio. Un po’ come se tornassimo bambini quando dicevamo «Papà, guarda cosa faccio!», guarda, fammi esistere, dammi corpo, voce, ruolo, senso, attraverso il tuo sguardo, attraverso il tuo giudizio.

Inizia allora quella che potremmo definire la prigionia dello specchio, la gabbia delle aspettative: se è vero che io mi colgo solo attraverso lo sguardo dell’altro, se consegno all’altro, chiunque esso sia, l’indicarmi la via, ne rimango irrimediabilmente prigioniero.

Così mi spiego perché una delle domande più ricorrenti che le persone che seguo si pongono sia «Quello che sto facendo lo voglio io, lo faccio per me o affinché le persone intorno a me siano soddisfatte di me?». Certo, detta così, a vederla scritta su un pezzo di carta sembra una domanda da bambini viziati, da gente che ha del tempo da perdere, ma vi posso assicurare che spesso invece è fonte di una sofferenza profonda, che arriva da lontano e che tende a bloccare la persona che improvvisamente, scoperto il gioco di specchi e la dipendenza da essi, non riesce più a decidere nulla.

Ecco allora che sfiancati, attoniti, paralizzati dalla paura, ci sentiamo nessuno, come direbbe Pirandello. La rinuncia alla dipendenza dal mondo delle rappresentazioni, la necessità di rinunciare agli specchi e di ritrovare noi stessi ci fa sentire nudi, implumi, fragili: di nuovo nessuno. Spesso molti di noi, arrivati a questo punto, in pieno horror vacui, sentono il bisogno di cambiare maschera, cambiare ruolo, cambiare specchio, nella speranza che la nuova tirannia sia più umana, meno disarmante e crudele. Ben presto però scopriamo che la nuova gabbia può essere più confortevole, ma pur sempre gabbia resta, e dunque torniamo a sentirci braccati e bloccati nel mondo del «Chissà cosa pensi di me!».

Se però resistiamo all’impulso di fuggire da noi, se riusciamo a fare della solitudine non una condanna, ma una pratica, se abbiamo il coraggio di trovare la forza di sederci sul bordo del pozzo con le gambe a penzoloni verso l’abisso, lì, nella rarefazione del tempo e della parola, in un silenzio solo inizialmente ostile, che si fa prima amico e poi guida, se gradualmente facciamo in modo che gli occhi si abituino all’oscurità, che il cuore rallenti, che la pelle d’oca si plachi, allora col tempo, nella pratica della pazienza che ha nella radice la coesistenza duplice di passione e sofferenza (pathos), ritroviamo noi stessi, quel bambino indomito e affamato di vita che ancora non si chiede cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia corretto e cosa sia osceno, cosa sia vero e cosa sia falso.

Allora, senza voler destare le ire delle persone serie, scherzosamente mi permetto di “correggere” il maestro e dire che «Quando sei solo, ritrovi te stesso»; e non è poca cosa.

Massimo Buratti

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, psico-oncologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente a contratto Università Bicocca - Lecco - Facoltà Medicina e Chirurgia, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia

2 Comments

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *