Quando un gruppo diventa branco?

La differenza la fanno le dinamiche che si creano tra le persone che ne fanno parte. E la possibilità – o meno - di essere diversi

Il “branco”: quando leggiamo o vediamo questa parola sui media sappiamo che la notizia è quella di un’aggressione violenta a un singolo da parte di un gruppo di persone. Le più tristemente note riguardano il branco di Manduria che uccise un anziano disabile qualche anno fa, quello di Colleferro che – più di recente – ha ammazzato di botte il giovane Willy e, ancora, un branco di 20 ragazzini che si sono scagliati contro una giovanissima ragazza autistica, o quelli che hanno picchiato una coetanea rea di indossare una borsetta coi colori arcobaleno. 

La narrazione che utilizza il termine “branco” ci riporta a un modo animalesco, selvaggio e non umano, con cui questa entità si muove e agisce. Al contrario, invece, quando si parla di azioni positive o comunque innocue, compiute da un insieme di persone, si parla di “gruppo”:

un gruppo di turisti in visita a una città, un gruppo di amici che organizza una festa di compleanno, un gruppo di studenti che vince un premio, ecc. E’ opportuno operare, quindi, una distinzione tra branco e gruppo. 

In entrambi i casi si tratta di un consesso di persone, nella maggior parte dei casi giovani o giovanissimi, che si muovono assieme per perseguire un obiettivo, ma sono le dinamiche che si creano all’interno e che poi si riflettono fuori a determinarne la natura positiva o “animalesca”. Specialmente durante l’adolescenza, quella fase del ciclo di vita in cui si prepara lo svincolo dalla famiglia d’origine, l’appartenenza ad un gruppo, di qualunque natura esso sia, assolve a importanti funzioni psicologiche di supporto, accettazione e affiliazione: rafforza l’autostima perché dà la conferma di essere importanti per gli altri, aiuta a mettersi nei panni di altre persone e a considerare punti di vista e soluzioni diverse dalle proprie, permette di sentirsi accettati e apprezzati, rassicura chi ne fa parte con la consapevolezza che anche altre persone possono avere problemi analoghi, e quindi non si è soli, rafforza l’identità personale. Il gruppo è proattivo e aperto al mondo esterno e promuove la crescita dei propri membri, tanto è vero che è organizzato per estinguersi al favore del processo di individuazione dei propri componenti.

Al contrario, il branco favorisce regressione e intolleranza, e risponde a istanze “persecutorie”, in quanto chiuso e in modalità antagonista rispetto al mondo esterno, con cui si relaziona tramite comportamenti aggressivi, tossici e antisociali. Le dinamiche del branco si basano su fedeltà e dipendenza e sono previste regole severe per entrare a farvi parte; non sono concepite differenze tra i membri che lo compongono, le differenze individuali si annullano all’interno del gruppo, per favorire un’entità che agisce come un solo corpo e una sola mente, per perseguire un obiettivo unico senza tenere conto di punti di vista alternativi: il bene del gruppo diventa quindi più importante di quello del singolo individuo. Gli aspetti conformistici servono a proteggere i membri del branco dalla confusione e dalla frustrazione.

Proprio perché le differenze individuali vengono negate, all’interno del branco possono notarsi atteggiamenti di deresponsabilizzazione rispetto alle azioni compiute, come se il fatto di averle compiute assieme rendesse tutti meno colpevoli. Tali azioni vengono commesse solitamente contro simboli o persone rei di essere portatori di valori diversi rispetto a quelli propugnati dal branco, e che, in quanto appunto diversi, vengono percepiti come provocatori e minacciosi. 

A tale proposito viene in mente la differenza tra famiglia normale e “famiglia” mafiosa: se nel primo caso l’obiettivo è favorire il processo di separazione/individuazione dei suoi membri più giovani, in modo che possano uscire nel mondo e cercare la propria strada in autonomia, nella famiglia mafiosa non è concepita la fuoriuscita di un componente e quando questo succede è considerato tradimento e punito in maniera efferata. Anche la leadership riflette le opposte tendenze di gruppo e branco: se nel primo caso il leader è al servizio del gruppo, operando una sintesi tra le istanze migliori di ciascun componente, nel branco il leader impone la rinuncia totale all’esercizio della coscienza individuale, pretendendo, come già scritto, dipendenza e cieca obbedienza, pena l’esclusione dal gruppo.

E’ chiaro che alla base della partecipazione al branco ci siano una scarsa socialità, una difficoltà a considerare l’altro come dotato di stati mentali, desideri, emozioni, una ricerca di emozioni forti e rischiose che rispecchia il bisogno di sentirsi valere agli occhi dei pari e della società, spesso utilizzando l’aggressione ai danni del “diverso” come mezzo per raggiungere questo scopo.  Per individuare i fattori di rischio dell’adesione ad un “branco” bisogna allargare il punto di vista alla famiglia d’origine:  si possono notare l’assenza di un proficuo scambio genitori-figli, tale per cui i primi abdicano ad agenzie esterne, come appunto il gruppo dei pari, il compito di trasmettere valori e convinzioni ai giovani; l’incapacità dei genitori di dare ai figli limiti e regole, che rende più facile riconoscersi in un branco che le regole le trasgredisce e si sente potente e costruisce la propria identità proprio sull’abbattimento delle norme sociali; la trasmissione di modelli intergenerazionali che parlano il linguaggio della violenza e della sopraffazione del debole e del diverso.  L’adolescente ha bisogno di essere preso per mano, guidato, educato, accolto: un compito difficile, che sicuramente non attiene al branco.

Giuseppina Velardo

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

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