Un’illustrazione che raffigura, con tratti molto stilizzati, un gruppo di persone con cervelli diversi, rappresentati da diverse icone sulle loro teste.
Psiche

La vana ricerca del “neurotipico”: se l’etichetta sostituisce l’autoanalisi

Dall’incontro con una giovane paziente all’abuso dei termini clinici sui social media: una riflessione sul rischio di usare le definizioni scientifiche come scudi identitari, finendo per banalizzare la complessità e l’unicità di ogni singolo individuo.

La giovane donna si accomodò nella poltrona davanti alla mia scrivania, accavallò le lunghe gambe ed esordì: «Io sono neurodivergente».

Quella lontana prima volta il termine non era ancora diventato di uso comune e non sapevo esattamente che cosa significasse. Provai imbarazzo e mi sentii vecchio, non aggiornato.
Naturalmente mi affrettai a documentarmi e appresi che la definizione del termine risale agli anni 2000 e identifica una persona il cui cervello funziona in modo diverso rispetto allo sviluppo neurologico dominante, per esempio in ordine alla capacità di attenzione e di concentrazione, alla socialità, allo sviluppo cognitivo o sensoriale, al linguaggio o alla grafia. Tali differenze possono causare difficoltà, ma anche contribuire a conferire qualità particolari di creatività, originalità, memoria.

La neurodivergenza comporta una valutazione percentuale, e allora ho cominciato a pensare: lo era forse mio padre? Per quali aspetti e in che misura? E mia madre? Magari le mie sorelle? I miei amici? Alla fine mi sono chiesto se lo fossi anch’io. E i miei figli? C’è il solitario con pochi rapporti sociali, c’è il creativo, c’è l’originale, c’è chi è dotato di una memoria particolare, c’è chi mostra un pensiero divergente, c’è il trasgressivo, c’è chi, negli anni scolastici, ha dovuto gestire dislessia o disgrafia…

Dopo un attento esame e la scrupolosa rassegna di tutte le persone che conosco, sono arrivato alla conclusione che, ebbene sì: se andiamo molto a fondo potremmo arrivare a dire che neurodivergenti lo siamo tutti, anche se in misura diversa e per aspetti diversi. Ciascuno nella sua singolarità. Dipende in fondo da dove fissiamo quel famoso confine della “tipicità”.

A questo punto c’è infatti da domandarsi: e il “neurotipico”, ovvero colui che rientrerebbe nello sviluppo neurologico statisticamente più comune? Chi mai sarà? Dove mai sarà? Dove si nasconde? Ne ho mai incrociato qualche esemplare? Ma… Sono sempre alla vana ricerca di tale rarità. Sospetto, del resto, che anche qualora lo trovassi, il neurotipico rifiuterebbe con sdegno di venire così definito. A chi e a cosa serve la definizione?

Non ho una risposta certa, mi resta però una riflessione che riguarda l’autoanalisi: ho incontrato più di un paziente che usava il titolo di neurodivergente come presentazione. Non posso non mettere in relazione questo con un bisogno di definizione del sé, che rischia, però, di far perdere di vista le sfumature e la complessità. Quando termini che aspirano a un valore scientifico escono dall’ambiente che compete loro e traboccano sui social, rischiano di perdere di significato, vengono banalizzati, diventano attributi di cui tutti si possono appropriare e nei quali possono riconoscersi, magari con soddisfazione, perché conferiscono loro identità, l’illusione di aver raggiunto una capacità di autoanalisi che gli ha rivelato chi sono. Mettendo a tacere ogni altra domanda.

Forse varrebbe la pena partire dalla semplice verità che “siamo tutti diversi” e cercare le risposte nei segnali del disagio, senza limitarci a cercare di dargli un nome.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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