Patrizia Cavalli, la poesia che soffre e cura

Fotografia che ritrae una macchina per scrivere meccanica, di colore nero, con tanti tasti metallici disposti su quattro file, una sopra l'altra, che perciò somigliano a seggiolini di uno spalto di un teatro o di un centro sportivo.
Un documentario dà voce a Patrizia Cavalli, poetessa mancata nel 2022. Le parole sono state per lei un antidoto al nero che la vita troppo spesso ci pone davanti, o più semplicemente al male che imperterriti continuiamo a cercare: poesia che nasce spesso dalla mancanza ma che ha anche un potere curativo

Un documentario affascinante, particolare, che racconta la vita di una poetessa attraverso le sue stesse parole, quelle parole che forse non cambieranno il mondo ma che di certo hanno avuto un grande impatto su chi è riuscito a viverle, ad assaporarle. Le mie poesie non cambieranno il mondo è il titolo del filmato diretto da Francesco Piccolo e Annalena Benini, futura direttrice del Salone del Libro di Torino 2024, uscito al cinema nel settembre scorso e dedicato a Patrizia Cavalli, poetessa e scrittrice italiana morta nel 2022.

[…] decifro l’accorta sentenza che scende / sulle mie sentimentali parole che dico / che dico fingendo anche l’amore / e nella finzione riconosco il punto perfetto / l’unico possibile della certezza, scrive Patrizia Cavalli all’interno di una raccolta di poesie che risale agli anni tra il 1974 e il ’92. L’autrice, nel documentario, dice di non avere mai avuto amori felici, afferma che forse, se li avesse avuti, tante tra le sue poesie non sarebbero esistite, perché, ci confessa, «di solito è ciò che manca che fa esistere le parole».

Mentre guardo il documentario e rimango affascinata, conquistata da questa figura piena di dolcezza e di cinismo al tempo stesso, mi chiedo se davvero quando l’amore è cattivo le poesie, invece, sono buone. Mi viene in mente una composizione di Franco Arminio, poeta italiano contemporaneo, che conclude una poesia scrivendo […] Portami dove c’è il mondo / non dove c’è la poesia, e penso che si accordi bene con il pensiero di Cavalli: se l’amore è nel mondo non è nella poesia, e viceversa.

La poetessa dice di sentire la poesia, dice di sentirla sorgere come un’onda che arriva alla bocca; le parole sono anche dolore corporeo, sofferenza che si trasforma, tramite le dita, in un componimento che non è altro che un pianto strutturato.

E non è sempre l’amore, non è solo colpa di quello che accade: talvolta ci incastriamo senza l’aiuto di niente e di nessuno, e Patrizia Cavalli conferma questa teoria quando racconta di essersi depressa per un periodo a causa di un cappotto dalle tasche troppo basse; le mani vanno pur messe da qualche parte, dice la poetessa, e così le mani erano sempre al caldo e lo sguardo finiva per rivolgersi al pavimento.

Le parole sono state per lei un antidoto al nero che la vita troppo spesso ci pone davanti, o più semplicemente al male che imperterriti continuiamo a cercare: Io scientificamente mi domando / come è stato creato il mio cervello / cosa ci faccio io con questo sbaglio / Fingo di avere anima e pensieri / per circolare meglio in mezzo agli altri / qualche volta mi sembra anche di amare / facce e parole di persone, rare / esser toccata vorrei poter toccare / ma scopro sempre che ogni mia emozione / dipende da un vicino temporale.

È probabile che il dolore sia la massima ispirazione, ma è pur vero che la poesia può contenere una valenza curativa, e allora la sofferenza si esaurisce lenta, portandosi con sé quasi tutte le parole.  All’interno del documentario viene domandato a Patrizia Cavalli perché ha scritto «così poco» e lei, con la sua innata naturalezza, spiega che si scrive quel che si scrive, nel senso che c’è un limite alla mole di cose che un individuo ha da dire, ed è un limite che va rispettato, perché, a mio parere, garantisce autenticità, è il limite oltre il quale si scade nella superficialità e nella povertà di significato.

Ma per favore con leggerezza / Raccontami ogni cosa / Anche la tua tristezza; Cavalli ci ha donato tutto ciò che ha potuto, e l’universo della poesia non potrebbe esserle più grato, quindi grazie, grazie per averci raccontato anche la tua tristezza.

Caterina de Filippis

"Ventenne, studia filosofia e frequenta un'accademia di scrittura. Vive con tanti, infiniti, immensi libri."

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