Una foto a colori, orizzontale, che ritrae dall'alto due soldatini di plastica verde, entrambi sdraiati su un piano rosso che fa da sfondo all'intera inquadratura, che si fronteggiano: uno sta mirando verso l'altro, che invece ha il fucile a terra.
La sirena racconta

Il vulcano, l’abisso e la sfida al padre businessman

Un’energia straripante, due matrimoni falliti e un successo finanziario che supera persino quello del padre, un grande manager che l’ha abbandonata a 22 anni. Eppure, dietro la ricerca spasmodica del rischio e il lusso esibito come un’armatura, ogni scelta della protagonista è un dialogo silenzioso con lui. Una riflessione profonda sul bisogno di dimostrare il proprio valore e sulla paura di scoprirsi fragili davanti al passato.

(Ansimante, scuotendo la criniera dei capelli, senza una pausa, così si racconta)

Mi aiuti, dottore! Non ce la faccio più!! È noioso, sempre uguale, non ha alcuna iniziativa, sempre a dire «non fare così», «dovresti fare così», «devi essere più dolce», «calmati, stai tranquilla». Ma che ci posso fare se sono così? Come faccio a essere diversa da quella che sono? La mia irrequietezza, lo riconosco, forse mi viene da mia madre che è di Napoli. Sono sempre entusiasta, ho voglia di fare, di inventare… un vulcano.

Di mariti ne ho avuti due. Non creda che il primo fosse meglio, anzi. Nonostante i due figli, dopo dieci anni l’ho mollato. Il secondo mi sembrava migliore: mi ero sbagliata. Tra il primo e il secondo matrimonio ho avuto una convivenza di tre anni: non era all’altezza. Quando mio padre ci ha lasciate per un’altra donna, io e mia madre siamo rimaste sole. Avevo 22 anni. Il grand’uomo che si era fatto da solo, che trattava da pari a pari con i magnati della finanza internazionale, il businessman! Non ci parliamo da anni: gliel’ho dimostrato di essere la più brava. Lui fa finta di niente, telefona ogni tanto a mia zia e le chiede di me.

Sono più importante e più ricca di lui. «Femina sine pecunia imago mortis»: e io di morto non ho niente. Mi piace spendere e i soldi me li metto tutti addosso: gioielli, vestiti, pellicce.

Come le dicevo, mio padre non lo vedo da allora, da quando mi ha lasciato, però devo confessare che tutto quello che ho fatto e che faccio è per dimostrargli chi sono.

Lo so che faccio a braccio di ferro e che questo mi ha dato la forza di costruire, di rischiare. Mi sento un giocatore: ho bisogno di puntare tutto, di sporgermi sull’orlo di un abisso; mi manca l’aria, ho le palpitazioni… e poi il sapore della vittoria: ne sento la bocca piena e deglutisco… subito dopo cerco un’altra occasione.

Mio marito, capisce che… è una bella palla al piede: mi frena, non ha capito che, se mi blocca, io muoio. Ultimamente ho preso l’abitudine di dirgli: va bene… va bene… va bene… Con lui posso parlare del tempo ma non dei miei affari. Mi immagina sempre sull’orlo del fallimento. Il sesso è raro e, quando c’è, insignificante.

Lo sento, con mio padre c’è un dialogo non verbale. Avrei avuto anche occasione di incontrarlo, ma non ho voluto. Ci controlliamo a distanza; ho paura a guardarlo in faccia: non riuscirei a resistere, sarei perdente. Già alla sola idea mi tremano le ginocchia, gli occhi si riempiono di lacrime.

Giampietro Savuto è direttore scientifico di FuoriTestata; Raffaella Crosta ne è la coordinatrice scientifica.

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