«Dottore, non ci crederà ma capitano tutte a me, ho cambiato cinque lavori e ogni volta ho trovato un capo dispotico e incapace col quale ho litigato fino a licenziarmi!»
«Ha ragione, non le credo», avrei voluto dire con tutta franchezza, ma ovviamente scelsi di trincerarmi dietro a una maldestra “faccia da poker”.
In questi anni, a prescindere dalla problematica presentata e dal tipo di persona, posso affermare con buona approssimazione che la maggior parte delle persone che si sono rivolte a me inizialmente erano intrappolate in questa struttura di pensiero.
Mariti che volevano cambiare il carattere della moglie, mogli che volevano cambiare i propri mariti, capi coi dipendenti, madri e padri con i propri figli, tutti impegnati e attenti ad osservare l’altro, a studiarlo, a vivisezionarlo.
Sanno tutto dell’altro, lo interpretano, si fanno esperti della vita altrui ma soprattutto colpevolizzano. L’altro, che sia esso il compagno di vita, il capo, financo il caldo o la nebbia, diviene quindi responsabile unico del proprio malessere, causa prima, elemento scatenante di una catena di eventi della quale ovviamente loro possono solo prendere atto, e di cui non hanno responsabilità alcuna.
Parallelamente, anche il rapporto con il proprio sintomo è analogo. Ricordo per esempio una giovane avvocata molto motivata e brava nel proprio lavoro che venne da me per un disturbo da attacchi di panico. Veniva in studio alle 19 e poi, dopo la seduta, tornava al lavoro; mediamente lavorava 13-14 ore al giorno, saltando il pranzo.
Nella sua narrazione, però, il suo grosso problema era l’attacco di panico e non il modo in cui gestiva la propria vita, il suo rapporto con il lavoro, con le aspettative, ecc.
Ricordo di aver usato anche con lei una metafora che uso spesso: le dissi che se la stava prendendo con la spia della benzina anziché riflettere sul suo stile di guida e sui consumi.
Allora accadde una cosa che spesso accade e che normalmente è l’inizio di un cambiamento di vita: riflettendo sull’immagine della spia che indica la mancanza di carburante in auto potremmo constatare che, a dispetto dell’irritazione che spesso può causare, perché magari ci rallenta i programmi, stiamo parlando di un messaggero molto utile.
Dunque il sintomo, sia esso fisico o psichico, è lì a indicarci che dobbiamo cambiare atteggiamento, che dobbiamo rivedere alcune cose, alcuni approcci.
Non a caso le parole “sintomo” e simbolo “hanno” radici comuni, ovvero stanno lì per indicare altro; parafrasando il celebre proverbio cinese: «Quando il sintomo indica la vita, il cliente guarda il sintomo».
Allora spesso spiego al mio interlocutore che, come diceva il mio maestro, a dispetto dei commercianti, nel mio lavoro è il cliente che ha sempre torto – ovviamente con molta ironia e nessuna pretesa di inseguire una verità nella quale io, per primo, non credo.
Così facendo le persone, che ovviamente in sé non cambiano quasi mai, scoprono gli inganni di una «mente che mente», smettono di giudicarsi o proiettare sul mondo la responsabilità, e allora con fatica, paura, e spesso anche un po’ di rabbia, rinunciano a guardare fuori dalla finestra e rivolgono a se stessi attenzioni e sguardi, scoprendo spesso che poi non sono affatto male!


