Attualità

Meglio una zona di guerra o il rischio coronavirus?

Una vicenda privata mi ha spinto a riflettere sulla soggettività delle paure. Quale la scelta tra le bombe e la pandemia?

Tre anni fa un’amica mi propose di ospitare una ragazza israeliana di 14 anni ammessa alla scuola della Scala. L’ho accolta come figlia aggiunta ai miei due figli adolescenti.

È vissuta con noi dimostrando il suo talento sia come pianista sia come ballerina classica, impegnandosi con volontà ferrea.

“Questi (gli israeliani) hanno una marcia in più”, ho spesso pensato osservandone la determinazione e confrontandone la disciplina di vita con le abitudini dei coetanei italiani.

A causa dell’aggravarsi dell’epidemia da coronavirus la famiglia ne ha deciso il temporaneo rientro in patria, perfettamente organizzato, per lei e altri studenti presenti a Milano, con aereo privato da Malpensa.

In tale occasione la madre ha invitato anche me e i miei figli a trasferirci a Tel Aviv. 

Confesso di essere rimasto sorpreso.

Mi è sembrata una proposta stravagante: per sottrarmi al pericolo del virus mi si invitava in un luogo teatro di guerra.

La vicenda mi ha dato da pensare e ho capito quanto la paura sia soggettiva. Io non riesco a immaginare nulla di più terribile della guerra: anche se non l’ho vissuta direttamente,  racconti e letture me ne hanno ispirato l’orrore. Invece per gli amici israeliani, che vivono immersi in un conflitto endemico, il coronavirus è più pauroso della guerra.

È vero che a proposito di quest’ultimo si usano ormai metafore belliche: è guerra, bisogna resistere, la prima linea delle corsie, medici eroi, scatta il coprifuoco… ma tra l’emergenza sanitaria, solo impropriamente chiamata guerra, e la guerra vera, quella delle bombe, la prima mi sembra comunque preferibile. Questione di punti di vista. Di prospettive diverse.

Riflettendo, posso immaginare come l’angoscia, comune a noi tutti, di vedere un proprio caro sparire in un’ambulanza e di saperlo inghiottito da una porta che si richiude alle sue spalle sottraendolo all’abbraccio dei suoi, possa essere ancora maggiore per chi ha nel suo passato prossimo la tragedia della Shoah. La separazione forzata, la segregazione ospedaliera, l’attesa di una morte annunciata possono risvegliare fantasmi sopiti.

Forse la pandemia che sta sconvolgendo le nostre vite è una tragedia destinata a segnare profondamente la nostra società e le nostre esistenze, più pericolosa di qualsiasi guerra guerreggiata, ma io ho deciso comunque di rimanere qui, di correre il rischio cui mi espone l’età, fidando nella vittoria dell’esercito scientifico e delle milizie mediche. Avrò fatto la scelta giusta?

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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