Attualità

Quante nuove barbe! Dall’invidia del pene all’invidia del pelo?

L’attuale moda è forse rivendicazione di virilità da parte di un maschio in crisi non solo nei confronti dell’altro sesso, ma anche all’interno della famiglia

In un recente articolo Dacia Maraini commentava, con atteggiamento estetico critico, la tendenza sempre più diffusa tra gli uomini di farsi crescere la barba. Una moda? Un’ostentazione di virilità?
Nel corso della storia la barba ha attraversato periodi di fortuna e di eclissi, ha segnato epoche e ha assunto significati di appartenenza ideologica.

In alcuni contesti culturali è stata ed è legata a prescrizioni religiose (Ebrei, Musulmani). È spesso servita per trasmettere concetti di forza, autorevolezza, potenza intellettuale (nell’iconografia tutti i filosofi antichi la portano). Nell’Ottocento è stata tratto distintivo dei liberali e dei patrioti risorgimentali, mentre austriacanti e reazionari portavano il viso glabro. Il capello lungo e ribelle al pettine è stato invece emblema di libertà dei movimenti della contestazione giovanile del Novecento.

Oggi portare la barba è forse un modo di esprimere la propria virilità da parte di un maschio sempre più in crisi? In un momento in cui le donne ne scalzano, uno dopo l’altro, i privilegi e puntano a realizzare la parità dei sessi, il maschio rivendica la propria virilità attraverso ciò che gli è specifico e in cui non teme concorrenza.

Che ci sia il tentativo di rimpiazzare l’invidia del pene, ormai consunta, con l’invidia del pelo?

Nella società occidentale i tradizionali ruoli interni all’istituto familiare sono saltati e il gioco delle parti tra padre e madre non funziona più. L’autorità paterna è evaporata insieme a una figura maschile sempre più svirilizzata, che tende a confondersi con quella materna, anch’essa in crisi di identità. Mamma e mammo non recitano più l’antico copione: il gioco teatrale si è consumato e siamo alla ricerca di un nuovo assetto che sostituisca un modello familiare usurato. Forse giustamente usurato, ma che ha lasciato un vuoto da colmare, in quanto padre e madre sono comunque modelli di identificazione per il bambino.

Mi sembra che problema centrale della nostra epoca sia proprio la crisi di identità delle nuove generazioni, mentre vedo anche il diffondersi di nuove patologie, difficili da definire e diagnosticare sulla base dei criteri in uso. Sospetto che una possibile causa sia da ricercarsi proprio nella confusione dei ruoli genitoriali, laddove missione di padri e madri è quella di aiutare i figli nella conquista di un’identità armoniosa.

Distrutto l’arrogante potere del maschio, sbarazzatici del padre-padrone, dobbiamo affrontare un terreno ignoto che sia genesi di un nuovo modello di rapporti familiari e generazionali. Si tratta di un compito arduo che ci coinvolge tutti.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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