La legge sul consenso sessuale è un delitto premeditato

Non è solo frutto di ‘analfabetismo emotivo’ l’applicazione ‘’iConsent” consacrata dal parlamento danese

Ho appreso della nuova legge danese sulla ‘violenza sessuale non violenta’ solo dall’articolo di Giuseppina Velardo che ne ha anche descritto con precisione motivazioni, precedenti e meccanismo. Il Parlamento danese  non si è accontentato di proclamare una legge ma si è anche preoccupato che ci siano i presupposti per la sua immediata applicabilità, in questo caso addirittura una apposita applicazione, “iConsent”. 

Da parte mia ho scoperto che, benché nessun voto contrario sia stato espresso, solo 96 dei 179 componenti dell’assemblea legislativa danese hanno approvato la proposta di legge. 

É un dettaglio che fa pensare. Limitarsi a scrivere che la proposta di legge è stata approvata da 96 deputati danesi “senza nessun voto contrario”, dimenticandosi di aggiungere che il Folketing, il parlamento danese, conta 179 membri, suggerisce l’impressione di un voto unanime; non è così. Che cosa hanno fatto i rimanenti 83 membri dell’assemblea oltre a non avere votato contro? Si sono astenuti? Sono usciti dall’aula? Quel giorno erano caduti vittime di un’intossicazione alimentare collettiva?

Mi chiedo se per caso la quasi metà del Parlamento di Copenhagen che non ha approvato la proposta abbia rinunciato a contrastarla a viso aperto trovandosi in uno stato di soggezione per la patina di benintenzionato moralismo, molto trendy da anni, della proposta. 

C’è poi un problema tecnico. Qual è il senso di una disciplina che cerca di ridurre l’eros (la locuzione “fare sesso” mi fa venire l’orticaria) a oggetto di una regolamentazione contrattuale? La finalità è chiara: si forzano gli scambi interpersonali connotati eroticamente in uno schema contrattuale per estendere la punibilità ai casi di stupro non riconducibili a coercizione o minaccia. Per farne un delitto li si trasforma in un contratto. Purtroppo, il contratto presuppone che vengano stabilite le modalità di manifestazione del consenso; bisogna, come mette in evidenza la dottoressa Velardo, procedimentalizzare la “cosa” (non saprei più come definire in maniera meno vaga ciò che conduce all’intesa di consumare un qualsiasi atto sessuale). Solo che, come insegna il proverbio ligure, non si può contemporaneamente soffiare e succhiare: pretendere di risucchiare un comportamento nella sfera del diritto penale utilizzando l’armamentario del diritto civile può solo costituire la premessa di una sequela di liti, equivoci e trappole burocratiche: app o non app. 

A meno che lo scopo non sia “educativo”.

L’idea è dichiaratamente quella di “garantire”, attraverso la protezione del partner “più debole” (coincidente per definizione con quello meno “potente”) l’assoluta e incondizionata libertà della vita erotica di ciascuno, libertà compromessa dal fatto che – ma guarda un po’! – nelle relazioni incidono le differenze di potere, di ogni tipo di potere. É l’ideologia della eliminazione del rischio e della protezione totale. Ma ha senso dare per scontata l’identità tra potere nel grande gioco della società e degli affari, e potere nel gioco circoscritto dell’eros? Accadrà più o meno spesso, ma stabilirlo astrattamente per legge non diminuirà di un grammo il rischio della prevaricazione o della sopraffazione: avrà solo l’effetto di allargare le competenze di quella burocrazia quasi onnipotente che sta diventando l’amministrazione della giustizia.

Giuseppina Velardo addebita agli autori di queste riforme “profondo analfabetismo emotivo”. A costo di espormi all’accusa di “complottismo” o “negazionismo” e al conseguente rischio di lapidazione, oso dire che parlare di “analfabetismo emotivo” minimizza ciò che sta accadendo da anni sotto i nostri occhi: la nuova legge danese è solo l’ultimo esempio della   progressiva riduzione del livello di emotività tollerato nelle relazioni interpersonali, che devono essere “procedimentalizzate” e quindi “sdrammatizzate”.  

 Ora c’è un pretesto in più per esercitare la sorveglianza sugli atti sessuali dei sudditi, oltre a quello tradizionale di ordine demografico, dalla tassa sul celibato di Mussolini al tetto di due figli imposto ai cinesi: verificare che al “congresso carnale” si sia addivenuti in seguito a un’adeguata manifestazione del consenso.

Può ben darsi che gli ideatori della nuova legislazione danese (e i loro emuli e mentori) siano emotivamente analfabeti, ma in compenso o forse proprio per questo sanno dove vogliono arrivare: in prospettiva, a trasformare l’umanità in un impasto di individui senza grumi da colare negli ospitali stampi dei “procedimenti”. In nome, s’intende, della libertà individuale e di prioritari interessi sociali. 

Tale essendo l’obiettivo, il nemico pubblico numero 1 non può che essere lo spirito di iniziativa che dà sostanza ai rapporti anche se, è ovvio, può sempre comportare prevaricazioni, delle quali peraltro la legge si è sempre occupata, senza aspettare #MeeToo o iConsent .

Teodoro Dalavecuras

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