Zelensky e la “guerra” delle parole

Un’oratoria appassionata che tocca le corde sensibili ai diversi interlocutori, muove sentimenti ed emozioni e suscita empatia. Il “racconto” del conflitto da parte del presidente ucraino è una campagna mediatica molto riuscita, ma non solo

Almeno su questo siamo tutti d’accordo: se le forze russe avanzano sul terreno e preparano presumibilmente la vittoria finale, il presidente ucraino Zelensky ha senza dubbio vinto la sfida mediatica. Il suo racconto o, come oggi si ama dire, la sua narrazione risulta non solo più veritiera – indiscutibile l’identificazione di aggressore e aggredito, invasore e invaso – ma anche più avvincente.

In una situazione sempre più disperata, il presidente ucraino ha messo in campo un’oratoria appassionata: parole come libertà, scelta del proprio destino, fede nei valori di indipendenza e democrazia, difesa dei diritti umani, protezione di civili e bambini sono capaci di muovere sentimenti ed emozioni e di conquistare i cuori in misura certo maggiore di astruse espressioni quali “operazione speciale di denazificazione”, “operazione militare speciale per ripristinare la pace”, saggi di equilibrismo linguistico per evitare i termini guerra e invasione.

Zelesky calibra sapientemente il suo discorso secondo l’interlocutore cui si rivolge. Quando parla in videoconferenza al Congresso degli Stati Uniti tocca corde sensibili al patriottismo americano,

stabilendo un nesso tra l’ingiustificabile invasione del suo Paese e il proditorio attacco a Pearl Harbour. Quando interviene al Bundestag parla del “muro” che Putin si preparerebbe ad erigere.

Alla Knesset si rivolge da ebreo a ebrei, chiedendo difesa per il suo popolo aggredito e minacciato da una violenza genocidaria (e qui fa il suo unico errore, spingendosi ad accostare la tragedia ucraina alla Shoah). A Montecitorio esordisce ricordando il suo colloquio con il Papa, suggerendo così l’idea di averne tratto ispirazione, sceglie di insistere sui concetti di solidarietà, umanità, amicizia, ed esprime riconoscenza per il grande cuore degli italiani, che accolgono i profughi aprendo loro case, scuole, ospedali.

Nei diversi contesti evoca concetti simbolo, capaci di colpire l’immaginario collettivo – Pearl Harbour, 11 settembre, muro di Berlino, Genova – cita Churchill, Martin Luther King, Shakespeare, Golda Meir, punta a muovere le emozioni e a generare empatia.

A questa riuscita campagna mediatica cosa contrappone Putin? Certo, anche lui ha avuto il suo bagno di folla osannante nello stadio di Mosca, dove si è spinto addirittura a citare il Vangelo  per nobilitare l’azione dei soldati – “Non c’è maggiore amore che dare la vita per i propri amici” – , ma in  questo caso si rivolgeva al fronte interno, ai suoi fan. Quando invece si indirizza al mondo esterno, i discorsi si fanno gelidamente minacciosi. Parlare degli avversari come di “moscerini da vomitare” ricorda ai nostri orecchi il processo di disumanizzazione cui sono state sottoposte le vittime in occasione di grandi tragedie umanitarie: gli ebrei “ratti”, i Tutsi “scarafaggi”…  tutti i casi in cui la violenza del linguaggio ha preparato e giustificato l’annientamento finale.

Il linguaggio va maneggiato con cura: le parole si portano dietro i fantasmi che la storia ha stratificato su di loro. Come afferma Heidegger, “il linguaggio è la casa del pensiero”.

Raffaella Crosta

Psicologa. Collaboratrice della fondazione Lighea. Dal 1980 si occupa di terapia e riabilitazione di pazienti psichiatrici.

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