Se Fabrizio Corona è matto meglio curarlo che educarlo

Riflessioni dopo la sua ultima follia: occorre rompere il circuito perverso trasgressione - punizione -ribellione

Alcune riflessioni in merito alla trasmissione di Massimo Giletti “Non è l’arena” di domenica 14 marzo, che si è occupata della vicenda di Fabrizio Corona. Presenti madre e avvocato di Corona e  lo psichiatra Paolo Crepet.

La cronaca – Alla notizia della revoca dei domiciliari causa una serie di infrazioni alle regole, Fabrizio Corona ha dato in escandescenze, si è tagliuzzato le braccia e si è cosparso il viso di sangue, il tutto in diretta video. All’arrivo della polizia e dei sanitari è stato faticosamente ammanettato, dopo una colluttazione, e ha sfondato a pedate un vetro dell’ambulanza. E’ finito in reparto psichiatrico, in attesa di ritornare in carcere.

Fabrizio Corona ha collezionato nel tempo un’imponente serie di diagnosi psichiatriche emesse da autorevoli professionisti. 

Ne emerge certamente un quadro di sofferenza psichica, tuttavia il disagio non è mai, nemmeno nei casi più gravi, una linea continua.

In altre parole, il “matto” non è sempre matto, la follia non esaurisce la sua umanità, si impone in alcuni momenti, emerge al prodursi di forti emozioni che il soggetto non è in grado di gestire o controllare. 

Corona non fa eccezione. Pertanto l’interpretazione che diamo dei suoi atti deve prescindere dal giudizio etico che si esprime mediante le categorie bene – male, per disporsi piuttosto secondo l’asse benessere – malessere.

Mi spiego: se una persona affetta da disturbo psichico prende a pugni una porta e la danneggia, non è “cattiva”, e non ha senso che venga punita, esprime solo in modo violento un suo profondo disagio.

Fabrizio Corona ha una forte componente istrionica, pertanto sente il bisogno di una platea a cui proporre il personaggio di trasgressivo maledetto che si è cucito addosso. Certo, c’è una forte dose di esibizionismo e può sorgere il dubbio che si tratti della simulazione di un furbastro che fa il matto, mettendo scientemente in scena una falsa pazzia. Tuttavia manette, maniere forti, coercizione sono fatte apposta per appagarne le provocazioni. Raccogliere la sua sfida significa giocare il suo gioco, incoraggiarlo a rilanciare, confermarlo nella scelta di poste sempre più alte.

Al suo narcisismo onnipotente la Giustizia risponde con un linguaggio altrettanto onnipotente: “Io ti educherò”, laddove la risposta corretta, volendo rompere la coazione a ripetere trasgressione – punizione – ribellione, dovrebbe essere: “Io ti curerò”. Cosa sicuramente non facile, visto il soggetto, ma che comunque varrebbe la pena di tentare.

Forse Fabrizio poteva trovare la salvezza facendo l’attore, trasferendo nei personaggi interpretati il suo istrionismo…… o il santo.

Spostandoci su un livello di interpretazione psicanalitica, possiamo forse vedere nel suo problema con l’Autorità, di cui sollecita inconsciamente l’intervento, l’espressione di un Edipo non risolto nei confronti di un padre ingombrante, creativo e onnipotente, un mito del quale non è mai riuscito a liberarsi.

Lighea

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *