Psiche

Una notte movimentata in comunità

Una violenta lite notturna tra due ospiti di una comunità terapeutica, con l’intervento di una pattuglia di carabinieri. Cosa dovrebbe sapere chi è chiamato a intervenire in situazioni come queste? Quanto pesano i pregiudizi e gli stereotipi sulla malattia mentale?

21 dicembre, notte. Squilla il telefono. In una delle comunità terapeutiche Lighea (una struttura a media protezione, priva di assistenza notturna) è scoppiato un violento litigio tra due ospiti, uno dei quali ha chiamato le forze dell’ordine. Il paziente al telefono è spaventato. Mi precipito in via Santa Marta con un collega. Nel cortile troviamo un’ambulanza e una pattuglia di carabinieri. Sono quattro, in tenuta antisommossa: pistola d’ordinanza, tester e spray al peperoncino alla cintura, passamontagna che cela il volto. Dicono di aspettare rinforzi per fare irruzione.

Contro il loro parere io e il collega ci lanciamo sulle scale. Nell’appartamento troviamo due “duellanti” esagitati e cinque ospiti impauriti. Ci adoperiamo per placare gli animi: il più alterato viene spedito al pronto soccorso (dove verrà trattenuto per essere dimesso il giorno dopo), gli altri ospiti vengono rassicurati. Cala la tensione, la situazione ritorna presto sotto controllo.

I carabinieri si decidono a salire quando ormai è tutto finito, con loro i paramedici che compongono l’equipaggio dell’ambulanza: un totale di sette persone. I militari sono tre uomini e una donna, tutti giovani, incerti sull’atteggiamento da tenere in un intervento che coinvolge pazienti psichiatrici, ma desiderosi di capire e di apprendere. La loro tenuta da Rambo appare francamente sproporzionata rispetto all’entità del problema e rispecchia il pregiudizio diffuso che associa il disagio psichico alla violenza.

Certo, non si possono del tutto escludere esiti imprevedibili o situazioni di reale pericolo, ma, nella maggioranza dei casi, l’atteggiamento aggressivo del paziente psichiatrico è espressione di confusione e paura.

Occorre pertanto evitare un tipo di intervento che tale paura la aumenti e solleciti i fantasmi persecutori di cui il paziente è preda. Capitargli davanti bardati come per un’operazione antimafia non è precisamente una mossa felice.

Ho finito di esporre questi concetti quando il capo pattuglia mi esprime il suo stupore sentendomi dare del “lei” ai pazienti – ospiti. Dopo un breve disorientamento, trova una sua spiegazione mormorando: “strategia terapeutica “. Eh no, gentile carabiniere, non si tratta di strategia terapeutica, ma di semplice buona educazione che riconosce nell’altro la dignità della persona. Il “tu” sembra democratico, annulla le distanze, cerca di stabilire un rapporto amichevole, ma non sempre è così. Per non suonare falso, deve essere scelta reciproca, non può essere elargito paternalisticamente sottolineando l’asimmetria della relazione.

La stessa tendenza all’uso indiscriminato del tu la vediamo negli ospedali da parte del personale sanitario: nel momento in cui una persona smette gli abiti civili per indossare il pigiama perde il suo stato sociale per essere solo “paziente”, un individuo ridotto alla minorità. Nel caso del malato di mente non c’è nemmeno bisogno che si tolga l’abito. I simpatici carabinieri che abbiamo incontrato, ragazzi giovani e curiosi, meriterebbero, a completamento della loro professionalità, una formazione che li dotasse di strumenti idonei ad intervenire in contesti di emergenza psichiatrica. Mi piacerebbe averli partecipi di un lavoro culturale volto alla conoscenza del disagio psichico e al superamento dei pregiudizi e degli stigmi che riguardano la malattia mentale.

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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