Una frustrazione al giorno leva lo psicologo di torno

Le difficoltà fanno parte della vita: ricorrere comunque a interventi di natura psicologica può essere controproducente

Ognuno di noi può compilare una storia personale della frustrazione, storia segnata sempre dalle medesime tappe.

Da bambini abbiamo tutti, assecondati dai genitori, dato la colpa delle nostre cadute al tavolo, alla sedia, al gradino in cui abbiamo inciampato, alla porta in cui siamo andati a sbattere. In seguito siamo passati ad addossare la responsabilità al cavallo, che, crescendo noi, ha assunto connotazioni parentali. Con il passare degli anni sono entrate in gioco altre pedine: la maestra…… il professore di matematica….. l’allenatore di pallacanestro…..l’arbitro di calcetto…….per arrivare al docente universitario e al capoufficio. Durante questo percorso, siamo partiti con il pensiero magico per maturare una consapevolezza sempre maggiore della realtà con le sue asprezze. Si tratta di un duro, ma necessario, apprendistato.

Nella fase storica che stiamo attraversando assistiamo ad un incepparsi di questa naturale evoluzione. I genitori, per eccesso di amore, tendono a proteggere sempre di più i figli, eliminando dal loro cammino ogni forma di frustrazione. Spesso la radice di tale comportamento è l’insicurezza del genitore, l’intollerabilità del fantasma del non amore. Il ricatto affettivo si è, in parte, invertito: un tempo erano i figli a temere la perdita dell’affetto dei genitori, ora sono questi ultimi ad avere paura.

La protezione eccessiva, però, non aiuta i ragazzi a crescere. Ed ecco che mi trovo davanti una serie di aspiranti pazienti che, interrogati sulle motivazioni che li spingono a rivolgersi allo psicoterapeuta, parlano di: abbandono da parte della fidanzata, morte degli anziani genitori, insuccessi nello studio, ansia da prestazione, conflitti con i colleghi di lavoro….. nessuno che dica di voler conoscere meglio se stesso e le ragioni del suo agire e delle sue scelte….magari per indurre dei cambiamenti. Siamo ancora a “la colpa è del cavallo”.

Anche adolescenti e bambini vengono oggi portati con grande frequenza dal terapeuta, pur in assenza di patologie complesse. Sono irrequieti? Faticano a scrivere correttamente? Vanno male in matematica? Sono troppo esuberanti? Scomparsi termini come disattento, distratto, indisciplinato, poco motivato, molto vivace, ribelle, contestatore…..al loro posto l’intero repertorio dei Criteri Diagnostici, DSM5, Raffaele Cortina editore.

Tutti i comportamenti vengono diagnosticamente definiti  e quindi giustificati, deresponsabilizzandone gli autori. In questo modo, però, non li si aiuta ad organizzare difese e strategie per trovare un compromesso con la realtà e sopportare, un domani, la vita.

Anche parole quali dispiacere, afflizione, dolore, mestizia, tristezza, malinconia, con tutta  la loro ricchezza di sfumature di sentimenti e stati d’animo diversi, vanno scomparendo, sostituite da un   unico termine, un generico “depressione”. In modo analogo il frequente cambio d’umore diventa automaticamente “sindrome bipolare”.

Non si vuole certo negare la presenza di patologie gravi che necessitano, quelle sì, di un pronto aiuto specialistico, ma evidenziare come l’attuale massiccio ricorso a psicologi e psicoterapeuti riveli l’incapacità di sopportare qualunque tipo di frustrazione, anche le più modeste, anche quelle dovute all’ordine naturale delle cose. Come per ogni minimo dolore fisico si ricorre alla pillola che lo neutralizza, si cerca rimedio immediato contro la sofferenza dell’anima, riducendo la terapia psicologica a farmaco antidolorifico. Un fraintendimento profondo, foriero di delusione.

Di questo passo, con l’aumento esponenziale e degli psicologi e dei loro pazienti, possiamo solo sperare nell’immunità di gregge. In alternativa potremmo ricorrere all’antico adagio: una frustrazione al giorno , se ben calibrata e non sadicamente punitiva, leva lo psicologo di torno.

Giampietro Savuto

Psicologo e psicoterapeuta. Fondatore e responsabile scientifico di Fondazione Lighea Onlus.

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