Un'illustrazione in grafica 3d che raffigura un anello di Moebius bianco poggiato sulla superficie di un tavolo bianco davanti a uno sfondo bianco. La luce sulla scena viene da un punto abbastanza vicino, in alto a destra, e proietta ombre sull'anello e sulla superficie del tavolo alla sua sinistra. Le ombre sull'anello rendono evidente la particolarità dell'anello di Moebius, che è poggiato sul tavolo in una posizione "impossibile", ovvero con una sola estremità, a destra, mentre tutto il volume dell'anello è a sinistra, fluttuante sopra la superficie del tavolo.
Psiche

Psicologia, la difficile unione tra narrazione e scienza

In un dibattito che parte dalla psicoanalisi e arriva alla psicologia delle evidenze e della sperimentazione, esiste una strada per integrare tutti gli aspetti?

«C’era una volta un re/ che disse alla sua serva/ “raccontami una storia!”/ e la serva cominciò/ “c’era una volta un re…”».

Da piccino mi affascinava questa filastrocca potenzialmente infinita, mi sembrava che da una storia si finisse in un’altra e poi in un’altra ancora, senza mai arrivare alla fine.

Ciascuno di noi ha una sua particolare passione per le storie: storie d’amore, di suspense, senza senso, leggere, pesanti, lunghe, brevi… Si può dire che la psicologia nella sua genesi, nel suo momento più importante, quello della psicoanalisi, era ben dentro le storie.

Pensiamo al mito di Edipo, alle storie chassidiche che sono alla base della tradizione ebraica, ai motti di spirito, alle leggende, alla religione: abbiamo imparato a vivere, a comprendere la nostra esistenza attraverso la narrazione, attraverso storie, normalmente trasmesse oralmente lungo i secoli. E così anche la psicologia aveva a che fare con la narrazione, con una nuova narrazione di sé e della propria storia, che contribuisse a sciogliere i nodi del disagio.

A un certo punto, però, la psicologia ha sentito l’esigenza di misurare, di aprirsi alla sperimentazione, alla replicabilità, alla tecnica. Allora la psicologia dei raccontastorie è sicuramente andata un po’ in soffitta, come quei libri polverosi ai quali rimaniamo legati più dall’affetto che per la loro utilità.

Il punto, però, a mio parere, non è quello di polarizzare le posizioni, dichiarandoci pro o contro la narrazione, oppure contrari o favorevoli alla psicologia basata sulle evidenze.

Resistendo a fatica alla seduzione tutta nazionale di schierarsi mi sono chiesto che tipo di narrazione oggi può essere ancora utile al sapere psicologico, alla cura, al benessere.

A me sembra che ci siano almeno tre stratificazioni nella narrazione che vanno tenute in considerazione: c’è la narrazione del caso, ovvero la storia della persona così come noi tecnici la delineiamo nelle supervisioni o nella stesura delle cartelle cliniche, e la storia che il paziente si racconta, la narrazione della propria vita, il complesso intricarsi di fatti personali, valori famigliari, dinamiche dentro e fuori della propria vita.

Se stiamo attenti però c’è anche un’altra dimensione narrativa alla quale io cercherei di dare particolare valore: si tratta dalla dimensione mitica, metaforica delle due narrazioni precedenti, ovvero la possibilità di ricondurre gli elementi del caso in una dimensione ekstatica, fuori dal tempo e dallo spazio.

Questa dimensione ricorda la struttura vera e propria del mito, ovvero l’essere senza tempo, e sta lì a indicarci gli elementi primi della dinamica, l’essenza della struttura esistenziale.

Onestamente faccio fatica a immaginare di riuscire a tenere insieme la psicologia fondata sulla narrazione con quella basata sulle evidenze, allo stesso tempo però penso che il futuro ci indichi una direzione in cui dovremo immaginare la coesistenza di quelle che sembrano realtà incompatibili, allo stesso modo in cui dentro di noi albergano ragione e follia, sentimento e logica.

A pensarci bene il rischio è non solo che prevalga l’una o l’altra dimensione ma anche quello che avvenga una normalizzazione fondata sulla rinuncia della specificità del punto di vista. Che queste dimensioni rimangano separate sembrerebbe essere dunque la garanzia più promettente.

Direttore di comunità psichiatrica Lighea, psicologo, psico-oncologo, formatore, supervisore, filosofo,criminologo, docente a contratto Università Bicocca - Lecco - Facoltà Medicina e Chirurgia, docente Cofil - Università Ca' Foscari – Venezia, docente a contratto Fondazione Policlinico Irccs San Matteo - Pavia

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