Si chiamava / Moammed Sceab
Discendente / di emiri di nomadi /
suicida / perché non aveva più / Patria
Amò la Francia / e mutò nome
Fu Marcel / ma non era Francese / e non
sapeva più / vivere nella tenda dei suoi…
(G. Ungaretti)
La saggezza degli antichi può venirci in aiuto nel momento in cui folle di disperati cercano di attraversare il Mediterraneo e di approdare ai nostri lidi, in quello che a buona ragione viene chiamato un esodo epocale. Per i greci e i latini l’ospitalità creava legami sacri, protetti dagli dei, ed era un modo per controllare lo straniero, potenzialmente ostile. In latino hostis (nemico) e hospes (ospite) hanno la stessa radice; inoltre hospes significa tanto ospite, nella duplice accezione di chi offre e di chi riceve ospitalità, che straniero. La parola unica per chi accoglie e per chi è accolto mette l’accento sui reciproci doveri. Colui che poteva rappresentare un pericolo veniva ricevuto con tutti gli onori e impegnato per tutta la vita in un rapporto di riconoscenza.
Anche ai giorni nostri c’è un archetipo con un mare di mezzo, il Mar Rosso, ma allora gli esuli non hanno avuto bisogno di gommoni né di scafisti, qualcun altro ci ha pensato.
Con lo sguardo lungo della storia vediamo che dalla Bibbia in poi i millenni sono stati pieni di esodi, e a nulla sono valsi a contrastarli valli, muraglie o mari.
Quando uomini disperati non hanno altro da perdere che le proprie catene (si chiamino guerra, persecuzione, carestia o fame) niente li fermerà. Se, per assurdo, cingessimo tutto il continente europeo di filo spinato, i primi vi morirebbero sopra, ma gli altri si arrampicherebbero sui cadaveri dei morti pur di passare.
Ogni barriera ha una doppia faccia, può essere considerata da una duplice prospettiva: vista dall’esterno è un ostacolo che impedisce il transito, vista dall’interno delimita uno spazio. Mentre si illudono di tenere lontano gli intrusi, coloro i quali erigono muri in realtà rinchiudono sé stessi in un recinto, il recinto della paura.
Certo, in questo caso la paura si moltiplica per due. C’è la paura del migrante, di chi viene da un mondo lontano e arriva in una realtà estranea, che forse aveva idealizzato e ora gli rivela un volto ostile. E c’è la nostra paura di essere invasi, espropriati di quella che consideriamo casa nostra.
Entrambe le paure si nutrono di fantasmi. Abbiamo sentito di tutto: bambini rifiutati a scuola perché sospettati infetti di ipotetiche malattie; cittadini convinti che i profughi siano tutti potenziali stupratori o pericolosi terroristi; politici che alimentano leggende metropolitane di alloggi in alberghi di lusso a spese del contribuente… a quando la lebbra e gli untori?
Se l’oggetto di queste paure è fantasioso, il sentimento di paura è sicuramente reale.
Governare con politiche intelligenti i flussi migratori è problema di non facile soluzione e sembra che attualmente non ci sia nessuno, tra i politici europei, all’altezza di tale sfida, ma possiamo almeno cercare di combattere le paure irrazionali che circondano la figura del “diverso“, non per rimuoverle né per negarle, ma per ridurle in termini ragionevoli.
Forse può aiutarci pensare che qualcosa in comune l’abbiamo: la paura della perdita di identità, la madre di tutte le paure.
Più forte, per il rifugiato o per il migrante, dell’incertezza del domani e del dubbio di non farcela a sopravvivere. Non più contadino di un villaggio africano o abitante di una metropoli asiatica, inserito in un sistema di legami parentali, non ancora cittadino europeo, preso in una trama di rapporti sociali: in una terra di nessuno, dove non è più e non è ancora.
Per noi europei più forte di ogni disagio contingente è il sospetto che i nuovi venuti siano portatori di modelli di vita che vorrebbero imporci e di culture i cui valori minacciano i nostri.
La difficoltà maggiore deriva da un sistema di pensiero e da un immaginario collettivo profondamente diversi, stratificatisi nella lingua naturale, il che comporta un sentimento di estraneità nei confronti di individui che i nostri antenati avrebbero chiamati “barbari”.
Tuttavia l’esplorazione di tale universo mentale altro può riservare belle sorprese e costituire un arricchimento reciproco. Questo presuppone un rapporto di conoscenza che si può attuare grazie a una distribuzione a piccoli gruppi nel tessuto sociale, non certo con grandi concentrazioni in strutture ghetto, esperienza fallimentare che ha coinvolto, fino a tempi relativamente recenti, i diversi più diversi e sfortunati di tutti, i malati di mente. Da quella infausta esperienza abbiamo già imparato che patologia genera patologia (come in certe carceri delinquenza genera delinquenza). Certo, la convivenza non è sempre facile, né è vero che profugo o migrante è sempre bello, come vorrebbe un certo superficiale buonismo. Tuttavia, chi giunge sulle nostre coste è generalmente lacero e sporco, qualche volta brutto, ma raramente cattivo: vediamo di non incattivirlo noi.


