La notizia del suicidio assistito consapevolmente scelto da due gemelle ex soubrette ha riempito alla fine dell’anno appena concluso le prime pagine dei giornali, sollevando un’onda emotiva e suggerendo molte riflessioni. Quelli abbastanza anziani per aver frequentato la TV anni ’60 le ricordano le gemelle Kessler, inguainate in calze nere e con piume di struzzo sulla testa, ballare il da-da-umpa all’appuntamento del sabato sera.
Chi se lo sarebbe mai aspettato che fossero proprio loro, legate all’immagine di una realtà ingenua e spensierata, a compiere una scelta tanto estrema?
È proprio tale contrasto ad aver suscitato particolare sconcerto e stimolato profonde riflessioni sul significato del gesto.
I suicidi rispondono a diverse tipologie.
Ci sono quelli invocati come unico rimedio a dolori intollerabili o reclamati come diritto di fronte a un’esistenza profondamente condizionata da malattie debilitanti.
Altri si presentano come unica alternativa a una perdita vissuta come amputazione. È il caso delle gemelle di cui sopra, ognuna delle quali temeva di rimanere un giorno sola, dopo una vita completamente condivisa. È il caso di coniugi, una vita insieme, che insieme scelgono di andarsene.
Nella mia esperienza professionale mi è capitato di incontrare il suicidio: nonostante le spiegazioni logicamente fondate, il gesto ha sempre mantenuto ai miei occhi qualcosa di misterioso, difficile da sondare.
Il momento più pericoloso è quando il paziente esce dal tunnel del disagio psichico profondo al termine di un percorso terapeutico-riabilitativo: sembra aver raggiunto un buon equilibrio, parla di riprendere gli studi o di iniziare un lavoro, riallaccia i contatti sociali interrotti dalla crisi. Tutto sembra andare per il meglio. Poi scatta qualcosa.
Io la chiamo la “sindrome di Enrico IV”, ricordando il dramma omonimo di Pirandello. Nel testo teatrale il personaggio, dopo una lunga psicosi da trauma, rinsavisce, ma si accorge di non potersi più reinserire nella sua vita precedente: mentre trascorreva gli anni prigioniero del suo delirio, gli altri – amici, parenti, amante, la società tutta alla quale apparteneva – quegli anni li avevano vissuti e lui si vede come un affamato che giunge a un banchetto di cui rimangono solo le briciole.
Anche il nostro paziente ritrova gli amici, i colleghi, la fidanzata, ma non sono più quelli che aveva conosciuto. Il tempo ha lavorato su di loro: si sono laureati, lavorano, sono sposati, hanno figli…
Si rende conto degli anni passati, delle occasioni perse, si vede adulto senza aver goduto la giovinezza. La presa di coscienza della realtà è qualcosa di doloroso, a volte troppo crudele, impossibile da sopportare.
Vi sono poi alcuni che appaiono non essere fatti per vivere qui, in questo mondo. Mi sembrano dire: «Ci ho provato, ma non è per me».
Comunque, pur all’interno di categorie identificabili, ogni suicidio è diverso, non omologabile, profondamente identitario, e in effetti che cosa c’è di più personale del nostro rapporto con la morte?


