25«Non mi capisce», «Ma allora non mi ama!», «È cambiato/a», «Mi ha mentito», «Mi ha ingannato», «Il nostro rapporto si è rotto», «È una relazione tossica», «L’ho avvertito/a: deve decidere», «Non lo/la perdono»…
Queste frasi risuonano nel mio studio sulla bocca di amanti delusi che soffrono di problemi di coppia, con inevitabile accompagnamento di accuse, ultimatum, ritorsioni, ricatti.
Ascoltando le grida della sofferenza d’amore, mi sono convinto che spesso il tormento nasce da un equivoco di fondo. Non sempre è il trasporto affettivo a essere usurato: ciò che è venuto a mancare, o forse non c’è mai stato, è una chiara condivisione di un progetto di vita.
Un esempio tra i più banali: una donna (ma vale anche per l’uomo) intreccia una relazione con una persona di cui conosce la situazione matrimoniale. Consolidatosi il rapporto con soddisfazione reciproca, inizia a insistere perché il partner lasci la famiglia e vada a vivere con lei. Lui esita, non se la sente di abbandonare moglie e figli e viene accusato di tradimento: «Allora non mi ami, allora mi hai ingannato, i tuoi sentimenti non erano sinceri». Non è detto che le cose stiano così.
L’idea di dare inizio a una nuova convivenza matrimoniale è un progetto della donna, che ne considera la condivisione inevitabile prova dell’amore del partner. Quest’ultimo, però, a tale progetto non ha mai aderito, non lo sente come suo, non vi si riconosce.
Spesso all’interno della coppia si gioca una partita in cui ciascuno dei due attori cerca di trascinare l’altro all’interno di un progetto che è solo suo. In questo confronto di volontà chi non riesce a convincere o a prevalere vive la sconfitta come una delusione d’amore che grida vendetta.
La reazione più frequente della donna è quella di rifugiarsi nel vittimismo, minacciando di abbandono l’amante indegno e colpevolizzandolo con l’esibizione della propria sofferenza.
Nell’uomo la reazione può diventare pericolosa: di fronte a una compagna che cerca di sottrarsi al futuro immaginato per lei, può usare la manipolazione psicologica o strategie coercitive più o meno subdole.
Ma da dove viene questa ostinazione a inseguire l’ideale di una fusione perfetta non solo di sentimenti, ma di intenzioni e di progettualità futura?
Che la colpa sia di Platone?
Il mito dell’androgino, diviso violentemente in due metà che si cercano, si presta a diverse interpretazioni: l’unione ritrovata può rappresentare il più armonico e perfetto dei rapporti, ma forse anche l’abbraccio mortifero della simbiosi.


