Psiche

La scrittura salva solo chi legge

Passiamo la vita a “ignorare la voragine”, la paura originaria. O cerchiamo modi di sublimarla. A volte, come dice Sergio Claudio Perroni, conviene “soffiare un po’ sulla vita, lasciarla raffreddare, avere un po’ di pazienza per evitare di scottarsi”

“Sto cercando di diventare mare”, aveva detto un giorno lo scrittore Sergio Claudio Perroni a Cettina Caliò, poetessa e sua sposa. La donna a cui deve “la parte migliore di sé”, come scrive nel bellissimo libro Entro a volte nel tuo sonno. E non lontano dal mare Perroni si è tolto la vita, nel maggio del 2019, a Taormina, dalle parti di via Roma.

Perroni è stato scrittore, traduttore rinomato, editore scrupoloso. Un autore che riusciva a essere chirurgico e struggente allo stesso tempo. È stato – con Umberto Eco, Sandro Veronesi, Furio Colombo ed Edoardo Nesi – tra gli autori che hanno contribuito alla nascita de La nave di Teseo, la casa editrice fondata da Elisabetta Sgarbi.

La sua storia e i suoi scritti sono densi e intensi, e aprono porte nascoste. Passiamo la vita, tutti noi, a cercare di “ignorare la voragine”. All’avvicinarsi di un brutto pensiero giriamo la testa nella direzione opposta, al momento di chiudere gli occhi ci figuriamo situazioni di una bellezza che può esistere solo nello spettro dell’utopico, e tentiamo di sfuggire, consapevolmente o meno, dal confronto con la nostra profonda intimità. Ci portiamo dentro, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, una paura originaria, misteriosa, una paura naturale e incomprensibile, una paura primordiale e collettiva. E quindi leggiamo libri, osserviamo storie, cerchiamo compiti, missioni, ci iscriviamo a corsi di tango, di pittura, di fotografia. Andiamo a ballare, o solo a bere una cosa, anche quando non ci va, prendiamo caffè e ascoltiamo musica leggera; poi, a volte, versiamo lacrime su musica profonda, e non capiamo neanche bene perché.

“Cantiamo a volte una tristezza che ci precede, che ci risale di qualche vita, […], viviamo a volte il futuro di mondi ammutoliti, di storie sognate, recise, rinchiuse nell’animo di chi le sperava”, scrive Perroni in Entro a volte nel tuo sonno.

E allora, forse, mi dico, certi mestieri costringono di più al contatto con il proprio dolore originario, con quella ferita aperta che, secondo l’autore, è la definizione di “vivere”.

Uno sceneggiatore uccide il proprio personaggio per non annientare se stesso, oppure inventa una storia che corrisponde a come vorrebbe che andassero le cose; uno scrittore produce frasi che nessuno avrebbe mai il coraggio di pronunciare, e traspone sulla pagina una dolcezza spoglia dalle inevitabili contaminazioni della realtà. Alcuni autori hanno bisogno di ammorbidire – attraverso le parole, le storie, le immagini – questo mondo dove spesso risalta solo la durezza, dove troppo spesso ci si ritrova prede di un incomprensibile, malevolo caos.

Leggo Sergio Claudio Perroni e vorrei ringraziarlo, ogni volta, per aver confermato ciò che io sento da sempre, ciò che probabilmente – chi più, chi meno, chi in primavera, chi in autunno – tutti noi sentiremo per sempre. “A volte conviene soffiare un po’ sulla vita, lasciarla raffreddare, avere un po’ di pazienza per evitare di scottarsi, […] sono trucchi di sopravvivenza, metodi di autoconservazione”. E io, Sergio, sulla vita ci soffio, ed è anche merito tuo. E quindi mi chiedo, la scrittura salva chi scrive?

Con amarezza, mi rispondo di no. Ma, forse, può salvare chi quella scrittura sa leggere.

"Ventenne, studia filosofia e frequenta un'accademia di scrittura. Vive con tanti, infiniti, immensi libri."

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