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Seguir con gli occhi una faccina e poi, tu chiamale se vuoi: emoticon

Le “emotion icons”, faccine che stilizzano le emozioni, sono una nuova forma di linguaggio da non demonizzare

In metropolitana, per non cascare dal sonno, sbircio la pagina del mio vicino di sedile, che sia di carta o touchscreen. La ragazza di fianco a me digita: faccia che ride, trancio di pizza, «Ok?» Risposta: faccia con occhi a cuore, pollice alzato, tris di cuori. Penso a cosa succederebbe se ricevessi un messaggio come questo, visto che il mio cellulare non connesso a internet traduce le conversazioni a base di emoticon in una lunga e incomprensibile sequenza geometrica di quadratini tutti uguali. «Va bene», quadratino, quadratino, quadratino. Tre quadratini saranno un «Va bene» scocciato? Ironico? Affettuoso? O magari è un tris di cuori. Il mondo delle relazioni è già complicato di suo, i quadratini non aiutano.

Le emoticon in fondo non sono altro che questo: emotion icons, immagini stilizzate delle emozioni, nate per aggiungere elementi extraverbali alla comunicazione informatica e cercare così di sostituire quegli sguardi, gesti e sorrisi che si perdono dietro lo schermo. Lo sviluppo della messaggistica istantanea le ha rese ormai onnipresenti all’interno delle nostre interazioni quotidiane, destando il timore che il loro utilizzo diffuso stia impoverendo la comunicazione scritta. Il paragone con la scrittura è però improprio, perché se gli aspetti formali sono sì quelli della comunicazione scritta, la funzione di questi messaggi è più affine alla comunicazione orale, tanto che molti linguisti utilizzano l’espressione parlato-scritto per definirla.

Le emoticon avrebbero quindi, come il canale non verbale della comunicazione faccia a faccia, lo scopo di fornire una cornice interpretativa al discorso, aiutandoci in breve tempo a capire le intenzioni dell’altro in messaggi che sono pensati per essere concisi e di veloce lettura.

A chi sostiene che in realtà questo lessico di faccine non aiuti per nulla a capirsi meglio, può essere utile pensare a questo nuovo codice come a una lingua straniera,

che deve essere ben padroneggiata per non ingenerare altre ambiguità, e che in fondo anche le conversazioni vis-à-vis non sono immuni da equivoci, come accade quando un’espressione del viso contraddice le nostre parole.

Un altro aspetto al centro di discussioni riguarda l’allarme su come l’abuso di questa forma di comunicazione, in cui le immagini tendono a sostituire il linguaggio, rischi di disabituare l’essere umano a esprimere a parole ciò che prova. Lo dimostrerebbe anche il dato sul calo delle conversazioni su social classici come Facebook e Twitter, mentre crescono i network legati all’immagine come Instagram, in cui la metà dei post contiene almeno un’emoticon. Questo tipo di preoccupazione è però in gran parte frutto di un ambiente culturale che ha dato alla parola il predominio espressivo, declassando l’immagine a gradevole appendice, mai veramente degna di una propria autonoma valenza comunicativa. Le immagini hanno, invece, un forte impatto emotivo e sanno talvolta essere molto più incisive della parola nel veicolare uno stato d’animo.
Le emoticon rappresentano in questo senso una rivincita espressiva dell’immagine, che sta in effetti cambiando il nostro cervello, ampliandone le capacità: «sono una nuova forma di linguaggio che stiamo creando», secondo Owen Churches, responsabile di uno studio condotto in Australia, che ha mostrato come di fronte a smiley e sorrisi reali il nostro cervello reagisca allo stesso modo, attivando le stesse aree della corteccia occipito-temporale che rispondono alla visione di volti umani. «Abbiamo imparato che quei segni rappresentano un volto» spiega Churches, «non esiste una risposta neurale innata alle emoticon nei bambini; quella che abbiamo osservato è una risposta neurale creata totalmente dalla cultura». La nostra mente non perde quindi delle abilità per svilupparne altre, ma si adatta ai nuovi stimoli per fare spazio a nuovi modi di comunicare.

Se ci sembra eccessivo l’uso di queste espressioni emotive virtuali, pensiamo infine a come la maggior parte delle nostre comunicazioni quotidiane in realtà non abbia un vero e proprio contenuto informativo. Non parliamo con gli altri solo perché abbiamo delle cose da dire, ma molto più spesso lo facciamo per creare o mantenere un legame, all’interno di conversazioni dove è molto più importante la tonalità affettiva, il come lo si dice, che il cosa. Se anche nella vita di tutti i giorni le emozioni hanno uno spazio più ampio delle informazioni, nel mondo online non sono dunque le emoticon a soppiantare il linguaggio, ma le emozioni a farsi necessariamente largo tra le parole rese inespressive dalla tastiera. Sempre che non ci sia una sfilza di quadratini a rovinare tutto.

Psicologa. Lavora con le storie: lette, ascoltate, raccontate, vere o sognate non importa, ma sempre comunque terapeutiche.

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