Ci sono notizie ingannevoli più pericolose delle fake news

Questa ondata di "bufale" è una cortina fumogena che nasconde l’omertà degli addetti all’informazione

Perché da un po’ di tempo il problema delle fake news, panzane, “sole”, “bufale” o banalmente affermazioni non vere, ha assunto il carattere dell’emergenza, neanche fosse una forma particolarmente maligna e inedita di influenza asiatica? Tutto si può dire delle bugie ma non che siano un fenomeno inedito, una conseguenza della rivoluzione digitale o del riscaldamento globale. La menzogna accompagna da sempre la vita umana e l’interazione familiare e sociale: «Sono io il custode di mio fratello?» chiede Caino nella notte dei tempi per nascondere il fratricidio. Qualcuno è giunto ad affermare che la capacità di mentire è, tra le prerogative specificamente umane, quella che più ci distingue dalle altre specie animali.
L’uso del termine anglosassone, reiterato in maniera ossessiva, ha del resto l’effetto di esaltare la asserita (ma inesistente) novità del fenomeno della bugia.

Dovrebbe essere lecito chiedersi se ci sia una logica in questo curioso fenomeno.

Forse tutto il chiacchiericcio sulle fake news non è che una spessa cortina fumogena su quel che realmente non va nel discorso pubblico veicolato dagli addetti all’informazione, cioè sull’omertà che negli ultimi anni pare caratterizzarlo in maniera sempre più generalizzata.

Provo a chiarire. Giorni fa sul «Corriere» mi ha colpito un commento di Massimo Gramellini sull’episodio delle “ombrelline”, quelle belle e giovani ragazze in minigonna che decoravano gli show della Formula Uno e che i nuovi proprietari del Circus hanno abolito perché, dicono, non sarebbero in sintonia con lo spirito dei tempi. E Gramellini a chiosare che il mondo volta pagina, che la strumentalizzazione del corpo femminile dopo la valanga dello scandalo Weinstein ha i giorni contati. Ora, Gramellini è – o quanto meno è generalmente considerato – un fine intellettuale, e mi ha un po’ stupito che prendesse per oro colato una giustificazione proveniente da signori che hanno appena investito parecchi miliardi di dollari nell’affare della Formula Uno e che ora si preoccuperebbero di emendare i costumi sessuali o parasessuali ai margini delle gare automobilistiche. L’impressione è che questo affare messo in moto da Weinstein si stia trasformando nell’ennesima guerra di religione in un catino, alimentata da operatori dell’informazione più intenti a prendere per mano il pubblico e ad accompagnarlo sulla retta via che non a informare su quanto accade in giro per il mondo e a cercare di spiegarlo.

Un altro esempio recente. Si ricorderà che Mohamed bin Salman, il nuovo capo assoluto della dinastia saudita, appena asceso al potere ha rinchiuso in prigione – magari dorata ma pur sempre prigione – un nutrito gruppo di parenti stretti che ha liberato quando si sono rassegnati a versare nelle esauste casse del regno una cospicua fetta dei loro miliardari “risparmi”, presumibilmente frutto di corruzione (ma va?). Un arguto commentatore ebbe a osservare che lo stesso principe ereditario poco più di un anno fa, a Saint Tropez, aveva adocchiato un panfilo particolarmente bello e l’aveva comprato, sui due piedi, per la modica somma di 500 milioni di dollari («rompendo il salvadanaio» era il commento). Tutto ciò non ha impedito a uno dei più autorevoli editorialisti del New York Times, Thomas Friedman, di spiegare come e perché il principe ereditario sarà il tanto atteso riformatore del regime saudita: figuriamoci, non ha abolito la polizia religiosa che ti può spedire in galera se non preghi cinque volte al giorno, ma ha concesso alle donne di guidare l’auto: come può non essere bin Salman il nuovo messia?

Gli esempi, peraltro, sono infiniti. Le martellanti campagne giornalistiche sul tema delle interferenze della Russia nelle elezioni in Occidente, a cominciare appunto da quella che ha preceduto l’elezione di Trump, trascurano rigorosamente il dettaglio che, da quando mondo è mondo, le grandi potenze si sono sempre occupate dei fatti altrui. Vogliamo parlare degli Stati Uniti e del loro rapporto con il Cile di Allende piuttosto che con la Grecia del 1967, anno del colpo di stato dei colonnelli? Oppure possiamo ricordarci del rientro di Lenin da Zurigo a San Pietroburgo alla vigilia della Rivoluzione di Ottobre, organizzato e finanziato dallo stato maggiore prussiano. Questo per dire che una “denuncia”, utile se messa in prospettiva, in mancanza di questa contestualizzazione diventa volgare propaganda, qualcosa di molto peggio di una bugia.

La stessa tecnica manipolatoria si ritrova in tutt’altro contesto. Il leader del movimento indipendentista in Catalogna, che per qualche ragione (solidarietà di mestiere?) è piuttosto coccolato dai media, è immancabilmente qualificato dai giornali e dai telegiornali come “esule” in Belgio, quando il termine tecnicamente corretto per definire la condizione di Carles Puigdemont è quello di “latitante”.

Anche se i motivi non sempre sono evidenti e non sono sempre gli stessi, è palese l’impegno dei mezzi d’informazione nel prendere per mano il pubblico. Forse però il pubblico non è così sprovveduto come lo si vorrebbe, e davanti alla palpabile e non ingiustificata sfiducia nei media, un animato dibattito sulle fake news può essere un buon diversivo.

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Teodoro Dalavecuras

1 Comment

  • Certamente la distorsione dei fatti e’ sempre esistita, ma e’ sempre utile denunciare tali forzature e/o falsità’.
    Perché si citano i rapporti degli USA con il Cile di Splende “piuttosto che con la Grecia del 1967” ? Escludere o sminuire il colpo di stato dei colonnelli greci da quel contesto, spero che sia stata una svista plateale! Cordiali saluti, Angelo Pasqualini

    nb: A causa di un erroneo intervento del sistema di autocorrezione, invece che Allende e’ “scappato” Splende. Mi scuso.

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