Negli ultimi mesi fatico a trovare una posizione comoda. Non è certo un sentimento solo mio: percepiamo confusione, pericolo, interruzioni impreviste nella nostra quotidianità che dipingono le nostre vite di sfumature spiacevoli. Le nostre menti, per natura inclini all’avversione verso ciò che è spiacevole, si ritrovano impegnate in un costante lavoro multitasking, perché questa avversione diventa un fastidioso rumore di fondo che catalizza e impegna la nostra attenzione. Molti, moltissimi di noi, sono esausti: pazienti e amici mi parlano della loro stanchezza cronica, dell’irritabilità di adulti e bambini, di stati d’ansia e attacchi di panico. Un’attivazione di emergenza che si sta cronicizzando, come se la reazione di attaco-fuga, davanti alla minaccia del COVID e dei suoi correlati, avesse ristretto ormai il nostro campo visivo ed emotivo, tarati su nemici verso cui riversare una rabbia che imperversa costantemente.
In questo periodo in cui le contrapposizioni sociali sono evidenti, urlate e fomentate, per sentirsi nel centro della curva gaussiana ci si richiede di prendere posizione estreme. Se non sei pro- o no-qualcosa (mask, vax, green pass, green pass ma che anche se hai il green pass devi-fare-come-se-non-lo-avessi per non colludere col sistema, ecc. ecc..), sei uno smidollato che non ha il coraggio di esporsi, di battersi per la propria opinione. Ad abbracciare le idee altrui, a cercare di non incastrarsi nella diatriba e considerare che nella vita siamo anche altro, oltre a un pro- o No-qualcosa …sembra di essere opportunisti, ipocriti.
Scartavetrare gli spigoli di un ambiente ormai invivibile è diventata una sfida, e la comunicazione con gli altri un rudere, in cui a ogni passo rischia di crollarti addosso il muro portante di qualche vecchia amicizia che pensavi potesse reggere qualunque urto. Sui social, portare gli altri dalla nostra sembra diventato un obiettivo da raggiungere nel tempo di un post, di un commento.
Mi chiedo come mai gli spazi della mediazione, quel tempo sudato in cui costruiamo opinioni nel dibattito con gli altri non siano più luoghi abitabili. Stiamo bombardando i ponti.
Eppure, io trovo che il tempo investito nella negoziazione abbia un tale valore! Mi sembra lo spazio della vita. Quando gli occhi sono stanchi, assume dignità solo il momento in cui otteniamo il risultato sperato, che nelle relazioni interpersonali spesso coincide col portare l’altro dalla nostra, il trovare l’accordo perfetto: eppure è nel confronto, nell’ascolto, nel processo, che sta l’atto relazionale.
Mi viene in mente il mio ambito di osservazione, i bambini e le loro relazioni coi genitori: dopo una seduta mamma-bimba, la mamma mi scrive scusandosi della scenata fatta dalla piccola, che ha pianto perché non voleva finire la seduta. Si scusa per aver cercato di mediare, di calmarla, di avermi fatto perdere tempo.
Io trovo (e le restituisco) invece che proprio nel processo in cui la mamma l’ha ascoltata, si è un po’ innervosita, poi si è calmata, l’ha contenuta, le ha spiegato la regola del tempo-che-finisce, ci sia stata l’essenza vera e reale della genitorialità: in quel modo di accompagnare e gestire il “capriccio” e la disregolazione mettiamo impronta (e imprinting) nel modo in cui i nostri bambini gestiranno la loro emotività e la loro frustrazione nelle relazioni, con gli altri e con se stessi.
Lo stress è un prodotto dell’aggiustamento insito in ogni relazione, così come l’acido lattico è il prodotto di un allenamento muscolare. Ed è in quell’allenamento in cui ci fanno male i muscoli che mettiamo in gioco la nostra costanza, volontà, disciplina, è in quell’allenamento che ci ossigeniamo, sperimentiamo equilibrio, sprigioniamo endorfine.
Come adulti, come care giver, genitori o educatori, direi come società, il mio auspicio è che possiamo riportare respiro e ossigeno ai nostri muscoli, e compassione alle nostre menti, perché la trincea ce la costruiamo da soli, ogni volta che pensiamo che tra noi e l’Altro-da-noi ci sia un campo minato.
A pochi giorni dalla morte di Thich Nhat Han, concludo con delle splendide parole sull’ascolto dell’Altro come pratica di felicità:
“Mentre ascolti devi essere molto concentrato, devi focalizzarti sulla pratica dell’ascolto con tutta l’attenzione, con tutto te stesso: occhi, orecchie, corpo e mente. Se fai finta di ascoltare, se non ascolti con il cento per cento di te stesso, l’altro se ne accorge e non si sente affatto sollevato dalla sua sofferenza. Se invece sai praticare il respiro consapevole e sai rimanere concentrato sul desiderio di aiutare l’altro a trovare sollievo, allora ascoltandolo riesci a mantenere viva la tua compassione.”
(da “Spegni il fuoco della rabbia”)


