Una fotografia a colori, in formato 4:3, che ritrae una donna di colore, dal corpo asciutto e dalla testa coperta di folti capelli ricci, stesa di faccia su un divano bianco, con le braccia lungo i fianchi e la parte inferiore delle gambe che sporge oltre il poggiagomiti sinistro del divano stesso, in una posizione che dà l'idea di una grande stanchezza.
Attualità

Dobbiamo per forza amare il nostro corpo?

La body positivity promuove l’accettazione del proprio aspetto fisico con tutte le sue caratteristiche, comprese quelle percepite come difetti. Ma se viene estremizzata, anche questa idea può presentare dei rischi e far perdere di vista il vero ruolo del corpo nelle nostre vite

Negli anni ’60 in America si sviluppa un movimento volto a difendere i diritti delle persone sovrappeso, la «National Association to Aid Fat Americans». Quello è stato il primissimo esordio di una filosofia che solo recentemente, però, si è diffusa su larga scala, nata con lo scopo di sperimentare una maggiore accettazione del proprio corpo sfidando standard legati all’aspetto fisico dettati dalla TV, dalla moda e dalla pubblicità prima e dai social media poi, esaltando tutte le forme e dimensioni. Una tutela non solo dei bisogni ma anche della persona che contrasta le idee “grassofobiche” che alimentano il bullismo e la discriminazione di chi non corrisponde fisicamente ai canoni della magrezza e che riguarda quasi esclusivamente le donne e le ragazze. Nasce il concetto di body positivity: modelle e donne finalmente formose e in carne appaiono su tutti i nostri schermi e passano così a gran voce il messaggio che tutti devono amarsi così come sono.

Ma se per arrivare alla body positivity dal primo movimento statunitense c’è voluto mezzo secolo, con la rapidità della comunicazione social sono bastati pochi anni perché anche questa nuova normalità diventasse un ennesimo oggetto di standardizzazione, un altro canone da rispettare. La body positivity, con le sue portavoce dai fisici a clessidra o abbondanti, ma dai visi perfetti, non ha fatto altro che creare nuove mercificazioni del corpo delle donne e creare altre esclusioni.

Promuovere un’immagine corporea non per forza convenzionale è un’idea che tutti hanno accolto con gioia, prima di rendersi conto dei tanti rischi associati all’esagerazione e alla spettacolarizzazione del proprio corpo, qualunque esso sia.

Questa realtà, negli ultimi anni, non ha infatti ottenuto il suo obiettivo di farci sentire meno insoddisfatti dei nostri difetti o maggiormente compresi. Anzi. Ci ritroviamo con l’idea che senza di essi non siamo più unici, che non possiamo più voler dimagrire o ricorrere a interventi estetici perché asseconderemmo gli stereotipi della società, quando magari il desiderio nasce solamente dal voler stare meglio con noi stessi. Un altro obbligo ci viene quindi imposto dall’esterno: accettare il nostro corpo così com’è anche se non ci piace, per non sentirci esclusi e in colpa, tacciati di vanità e superficialità o vittime degli stereotipi culturali. Come del resto ci si può aspettare, l’insoddisfazione di sé non può fare altro che portare allo sviluppo di forme di disordine alimentare, ma anche di valori altissimi di stress e depressione.

Se la body positivity obbliga a ritenere tutti i corpi belli, a prescindere da forma e peso, al suo opposto è nato un movimento che vuole evidenziare una neutralità (e non un disinteresse) nei confronti del corpo, né positivo né negativo. Il pensiero della body neutrality incoraggia a vedere il proprio corpo in quanto mezzo che ci deve permettere di vivere e amare, di godere della vita facendoci stare bene. Per questi fini, la mera apparenza perde finalmente il suo potere opprimente e controllante, spostando l’attenzione verso la funzionalità del corpo, che ha oggettivamente dei limiti. La body neutrality non vuole teatralizzare e mistificare le imperfezioni, ma permetterci di sapere che non sempre ci si sentirà bene e in armonia col proprio corpo. In questo modo si elimina quella costante ansia e pressione esercitata dal cercare con tutte le forze di amare il proprio corpo, soprattutto quando, come fisiologicamente è impossibile non avvenga, subentrano eventi incontrollabili quali malattie, il passare del tempo, cambiamenti corporei o periodi di stress.

La body positivity, seppure nata al fine di contrastare stereotipi antiquati e molto distanti dalla realtà, permettendo di includere anche tratti fisici diversi e autentici, non aveva preso in considerazione la debolezza che ci invade di fronte a una società che ci ha insegnato a trovare sempre qualcosa di sbagliato nel nostro peso, nelle nostre forme, nei nostri tratti più caratteristici. Ed è così che, in un’ottica in cui non ci si deve accettare per forza, abbiamo la possibilità di spostare i nostri occhi dallo specchio alla nostra mente, comprendendo che l’insoddisfazione verso il nostro corpo nasce a causa di disagi che vanno oltre, che possono colpire anche individui canonicamente accettati o gettare in un vuoto senza speranza coloro che non pensano neppure di potercisi avvicinare.

Psicologa e futura psicoterapeuta, collabora come tirocinante per la Fondazione Lighea Onlus.

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