Attualità

Mi piace il politico che parla chiaro e si smentisce spesso

Le sparate brutali di Salvini&c. corrispondono a una precisa e cinica strategia di comunicazione

«Mi piace perché parla chiaro… Finalmente un politico che parla chiaro» sono apprezzamenti ricorrenti, di cui beneficiano molti dei nuovi arrivati al potere politico. Sui migranti come sui vaccini, sulle grandi opere come sui riders, sembra quasi che dire con chiarezza un’idiozia costituisca un merito. Invece “chiarezza” è dote impegnativa, dal latino “claritas”, è risultato della sintesi tra precisione lessicale e coerenza logica dell’argomentazione.
Massimo usufruttuario della pubblica ammirazione è l’attuale Ministro degli Interni Matteo Salvini.

Se per chiarezza intendiamo brutalità di linguaggio, il Ministro è certamente chiaro, ma se chiarezza significa uso di termini precisi e appropriati le cose cambiano.

Se, ad esempio, si usa la parola “schedatura” a proposito di un gruppo etnico, non si parla certo di censimento di famiglie o di bambini in età scolare, si intende proprio quella cosa lì, sulla quale allungano ombre fosche procedure analoghe del secolo passato.
Naturalmente il Ministro è in buona compagnia. Che gran parte dei nostri politici siano incapaci di chiarezza lo dimostrano le infinite precisazioni, spiegazioni, ritrattazioni che seguono le loro esternazioni, i continui: «sono stato frainteso», «le mie parole sono state decontestualizzate… distorte… male interpretate», «non ho detto quello che dicono che abbia detto». Fino a frasi giustificatorie del tipo: «non intendeva quello che gli viene attribuito, è solo il suo stile, il suo modo personale di esprimersi».
Lo scarto tra linguaggio personale e parole usate nella consuetudine comunicativa è senza dubbio apprezzabile in poesia e in letteratura, ma nelle varie discipline, e anche in politica, non lo è: i termini devono essere il più possibile precisi e univoci.

I nostri politici sembrano non conoscere la strofetta metastasiana, diventata adagio popolare, «voce dal sen fuggita / più richiamar non vale», ovvero non si può tornare indietro e cancellare ciò che è stato detto, non si può far sì che ciò che è stato detto non sia stato detto. O, qualora la conoscessero, non pensano che si applichi a loro.
E hanno ragione, perché si rivolgono a un elettorato corrotto anch’esso da un uso sempre più approssimativo del linguaggio. Del resto, hanno imparato che la smentita è spesso funzionale a un aumento dell’attenzione e a conferire maggiore visibilità.
Tuttavia, in barba a tutte le rettifiche di comodo, quella prima esternazione è davvero «voce dal sen fuggita», non semplice espressione infelice, ma voce di verità che viene dal profondo, idea guida che svela il reale pensiero di chi l’ha pronunciata.
Basti ricordare l’esordio pubblico del neo Ministro della Famiglia, il quale dichiara che per lui le uniche unioni valide sono quelle tra uomo e donna. Subito ci si è affannati a minimizzare, sostenendo che quello era “solo” il suo pensiero personale. Che un ministro abbia pensieri personali è senza dubbio legittimo, anzi auspicabile, ma che quello della Famiglia inizi il suo mandato con tale dichiarazione dimostra, da parte sua, la più completa mancanza di chiarezza sulla differenza tra sfera privata e ambito istituzionale e la dice lunga sulla disposizione d’animo con la quale si accinge a svolgere la sua funzione.
Lo stesso ha comunque avuto modo di ricambiare la smentita, definendo a sua volta «pensiero personale» quello del Sottosegretario alle Pari Opportunità, che ha recentemente parlato a favore dei diritti civili dei gay. La par condicio è salva.

Certo, i politici qualche scusante ce l’hanno pure. Ormai vengono intervistati per strada, al ristorante, sulla soglia di casa, da cronisti fastidiosi che gli infilano un microfono in bocca e li interrogano a bruciapelo sugli argomenti più disparati, che spaziano dal calcio mercato all’esistenza di Dio.
Non tutti hanno l’aplomb del mitico Cuccia, che, braccato da un giornalista petulante, attraversò il centro di Milano a passi lenti, imperturbabile, senza alterare percorso e andatura, non concedendogli né una parola né uno sguardo.
I nostri politici desiderano visibilità, amano parlare, e quindi si prestano di buon grado ai media, cercando di fare i brillanti e rilasciando dichiarazioni e commenti su problemi di cui spesso poco sanno.

L’uso ambiguo del linguaggio, le sparate brutali, le vere e proprie bufale in alcuni casi sono attribuibili a ignoranza, in altri possono corrispondere a una precisa strategia: saggiare l’opinione pubblica lanciando messaggi drastici, osservare le reazioni e, qualora negative, riservarsi di rettificare, sfumare, annacquare.
Prassi politica legittima? Forse. Comunque nulla a che vedere con la chiarezza, tanto meno con la claritas.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *