Attualità

Al di là del narcisismo, e oltre

In molti casi di cronaca si legge dell’utilizzo della droga dello stupro. Difficile individuare tutti gli elementi che concorrono a un dramma tanto complesso. Narcisismo? Affermazione di onnipotenza? Feticismo? Inconscia vocazione necrofila? Forse il comun denominatore delle diverse pulsioni è un profondo desiderio di morte.

Il ricorso alla cosiddetta droga dello stupro è diventato oggi, oltre che drammaticamente frequente, sempre più trasversale rispetto a classe socioeconomica, livello culturale, età. Stupisce il lettore di cronaca che ne facciano uso anche personaggi insospettabili, professionisti affermati, uomini facoltosi, magari con vita sociale brillante, magari di bell’aspetto, insomma individui relativamente attraenti, che si immagina possano facilmente procurarsi compagnia femminile, e addirittura giovanissimi di belle speranze che spesso si muovono in gruppo. 

Certo, la droga, ammorbidendo le difese, rendendo docile la preda individuata, risparmia le fatiche del corteggiamento ed evita il rischio di un eventuale rifiuto, frustrazione insopportabile per il maschio narciso. Ma forse c’è qualcosa di più. Avere tra le braccia una donna ridotta a bambola inerte, oggetto passivo sul quale soddisfare le proprie fantasie, libera dall’ansia di prestazione e dalla paura di risultare inadeguati. Ma quale piacere si può trarre da un rapporto sessuale dove non c’è scambio di sensazioni, non c’è condivisione di emozioni, un rapporto, insomma, che poco differisce da una masturbazione solitaria, senza nemmeno le fantasie che solitamente la accompagnano? Il paradosso è proprio questo: il rapporto più intimo esclude di fatto la relazione.

Narciso si specchia nell’acqua ferma che gli rimanda la propria immagine della cui contemplazione si bea, non tollera increspature della superficie liquida, oscillazioni del moto ondoso che la deformino.

Per rimanere nel mito, un caso di narcisismo risolto ce lo offre Pigmalione, l’artista che perdutamente si ama nella propria opera, una statua di donna, nella cui contemplazione si perde, rinunciando a vivere. La fascinazione mortifera si rompe quando il marmo senza anima si tramuta in creatura viva, non solo da vagheggiare, ma dalla quale farsi amare. 

Anche il narciso moderno non tollera il movimento: rifiuta il confronto con l’altro, lo vuole immobile. Incerto sulla propria potenza, ricerca la passività femminile, un tempo regola delle ragazze “perbene”, superata dalle nuove generazioni di donne sempre più capaci di esprimere una sessualità libera e consapevole.  Che questo individuo sia posseduto da una vocazione necrofila? Chi meglio di un cadavere potrebbe offrirgli quella perfetta inerzia che gli permetterebbe di agire   tutta la sua aggressività senza timore di venire giudicato? Di soddisfare il proprio desiderio senza bisogno di verificare le vibrazioni del sentimento altrui, la presenza di un’emozione condivisa? Fare sesso con una partner ridotta a oggetto, incapace di reazioni coscienti, quasi insensibile a quanto le accade, è ciò che più si avvicina al rapporto con un cadavere. In questo caso Eros è solo travestimento di Thanatos, maschera ingannevole dell’incapacità di 

“essere con”.

Nello stupro da droga si fondano la solitudine del narcisismo, l’affermazione di onnipotenza, il feticismo di chi diffonde sui social immagini delle sue prodezze, una inconscia pulsione necrofila, ma il comun denominatore che lega tutti gli elementi del dramma non parla forse di un profondo desiderio di morte?

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *