Le parole fanno accadere le cose? Se rispondessimo semplicisticamente, diremmo di no: il linguaggio da solo non crea gli atti. Eppure esistono quelli che i filosofi del linguaggio – primo fra tutti J.L. Austin – definiscono atti performativi. «Ti prometto che» è uno di questi: attraverso questa locuzione, l’atto è compiuto. La promessa vincola il suo contenuto, rendendolo concreto e reale. «Ti prometto che ci sarò» non è una frase vera o falsa, ma, per così dire, compie un’azione. La promessa, insomma, fa l’evento, non è più soltanto parola.
Potere della parola… Se a questa, poi, aggiungiamo, ad esempio, una stretta di mano, la locuzione «ho dato la mia parola» diviene ancor più vincolante, legandosi all’onore che accompagna quella promessa.
Forse proprio all’interno di questa cornice culturale pressoché universale, il gesto di un pugno chiuso su una mano aperta, retoricamente enfatizzato dalla musica, mi ha fatto fare un salto sulla sedia! Non avendo seguito il Festival di Sanremo, il mio primo approccio alla canzone vincitrice di quest’anno è stato un breve video su Instagram, che presentava solo il finale dell’esibizione. Ho quindi cercato e ascoltato il brano, che ha sollevato in me alcune perplessità.
Il testo prende l’avvio dalle difficoltà di un uomo e di una donna che stanno insieme: queste incertezze, accanto a quelle del futuro, rendono solido e duraturo il loro legame. Un amore non romanticamente rose e fiori, ma al contrario un’esperienza complessa, in grado di superare i conflitti e proprio per questo forte, resistente, stabile nel tempo. Fin qui, tutto bene.
Poi le parole tendono a trasformare la promessa di un legame, in un sigillo che rinchiude: «per sempre», «senza te non ha senso vivere», «davanti a Dio», fino ad arrivare a quel pugno.
Il futuro smette di essere un territorio aperto, possibile, incerto; il matrimonio mette ordine nel caos del mondo, esterno e interno.
Il contratto e il patto con Dio tengono insieme non solo benefici materiali, ma anche contraddizioni e moti del cuore, che sembrano non avere più troppo spazio, se non all’interno di quell’unione. L’idea che il senso stesso della vita dipenda dall’altro suona come una pretesa totalizzante ed esclusiva.
Il testo della canzone si muove su un crinale delicato. Simbolicamente, questo sì per sempre mi pare evochi un legame totale e risponda in maniera definitiva e rassicurante all’affacciarsi di paure e contraddizioni che ci attraversano: fragilità, abbandono, solitudine, angoscia, incertezze.
Nonostante le buone intenzioni di una canzone che vuole arrivare alla pancia della gente, io penso che non vada sottovalutato il messaggio che emerge: se è vero che amor vincit omnia (Virgilio), in questo testo l’amore trionfa come promessa assoluta, istituzionalizzata e stereotipata. Non è questa la prima canzone che invita a un amore eterno e non sarà l’ultima, ma forse il contesto culturale e storico attuale richiede una maggiore attenzione e la «necessità di interrogarsi sugli stereotipi radicati nella società» (Gianfranco Cecchettin, ANSA).
Forse anche le canzoni fanno le cose? Non proprio nel senso che intende Austin, ma hanno certamente il potere di orientare i pensieri. Il desiderio di legami indissolubili e di un eterno sempre può nascere dal bisogno umano di controllare l’oggetto d’amore, affinché non vada mai via e ci protegga dall’angoscia di vivere.
Proprio l’amore, però, a volte – se non spesso – chiede separazione, spazio, silenzio e possibilità di allontanamento. Esperienze che, con buona pace di Sanremo, non sono da dimenticare.



2 commenti
Leotta Liliana
Davvero brava Alcesti!
Sentivo un certo disagio verso il messaggio della canzone vincitrice di Sanremo, che non ho seguito, e…pure il desiderio che qualcuno evidenziasse le ombre dietro il ” per sempre”.Grazie davvero…
Alcesti ALLIATA
Grazie a te, Liliana, della attenzione al mio scritto. Sono contenta di aver incontrato il tuo pensiero.
Un abbraccio caro