Foto a colori, in formato 16:9, che ritrae un bimbo down sorridente con le braccia alzate in un contesto scolastico
Attualità,  Psiche

Le scuole speciali, fantasmi che ritornano

Nei primi anni Settanta il territorio di Magenta è stato interessato da un’ardita sperimentazione: il trasferimento di alunni di scuole speciali in classi normali della scuola dell’obbligo e di ragazzi del locale Centro professionale per disabili in ambienti di lavoro dove effettuare tirocinio. Si trattava sia di una battaglia di civiltà, sia di un progetto terapeutico. È stato un periodo di accesi dibattiti e di dure contrapposizioni ideologiche, ma alla fine è prevalso il modello di inclusione, alcuni anni prima della chiusura per legge delle scuole speciali. È opportuno ricordare le antiche lotte e i diritti conquistati in un tempo in cui si sentono emergere nostalgie del passato.

Era il 1971 e io, allora venticinquenne animato da giovanile baldanza, arrivavo a Magenta con un doppio incarico: direttore scientifico del “Centro professionale per disabili” del locale Consorzio e supervisore di scuole speciali e classi differenziali come psicologo dell’OMNI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia). Le scuole speciali raccoglievano l’utenza di un bacino comprendente 33 comuni, per un totale di circa 300 tra bambini e ragazzi affetti da disabilità sia fisiche sia psichiche di diversa entità.

Presto mi accorsi che, accanto a individui affetti da patologie gravi, c’era una maggioranza di alunni il cui handicap principale era costituito da difficoltà di linguaggio. Curiosamente provenivano in prevalenza da tre regioni, Calabria, Sicilia e Veneto, e mi fu facile appurare che vivevano in ambienti familiari culturalmente deprivati nei quali si parlava esclusivamente il dialetto. Anche se avevano un Q.I. modesto, il loro inserimento in scuole speciali o in classi differenziali non poteva essere giustificato, anzi, uscendo dal ghetto nel quale erano stati confinati, inseriti in classi normali, avrebbero potuto trarre giovamento dal contatto con coetanei dal linguaggio più ricco e con un ambiente stimolante.

Si trattava prima di tutto di un fatto di civiltà: se, come recita la Costituzione, tutti i cittadini hanno pari dignità e uguali diritti, anche chi era affetto da disabilità doveva trovare il suo spazio negli ambienti formativi da tutti frequentati e venire integrato nella comunità.

Si aggiungevano importanti ragioni di carattere terapeutico: non nascondendo l’handicap, ma portando chi ne è colpito a studiare, lavorare, vivere in ambienti “normali”, accanto ai “normali” che li abitano, si favorisce il prodursi di nuovi rapporti sociali e un confronto capace di risultati  positivi, sia per i disabili, per i quali si avvia il processo di inclusione, sia per l’ambiente, sollecitato a una maturazione culturale che lo porta ad abbandonare pregiudizi e atteggiamenti discriminatori.

Erano quelli anni di appassionati e furiosi scontri ideologici e io avevo trovato la mia battaglia da combattere. Ebbe inizio un periodo frenetico di documenti di appoggio o denuncia, di accesi dibattiti, di assemblee di genitori, personale della scuola, educatori, sindacalisti. C’erano insegnanti divisi tra un’adesione ideologica ai progetti innovativi e la paura di perdere il posto di lavoro, per quelli delle scuole speciali, o la preoccupazione per l’aumento del carico di lavoro, per quelli delle classi normali); c’era la dirigenza scolastica condizionata da protocolli e circolari ministeriali; c’erano genitori agguerriti schierati su fronti opposti.

Iniziammo a svuotare gradualmente scuole speciali e classi differenziali a titolo di sperimentazione pilota, in un clima di aggressioni verbali e minacce di denunce, ma anche di convinto entusiasmo. Con uguali finalità alcuni ragazzi impegnati nel laboratorio protetto vennero inseriti in scuole professionali o in ambienti di lavoro del territorio, dove poter completare la loro formazione con un tirocinio.

Ci siamo battuti bene: a Magenta è prevalso un modello di inclusione alcuni anni prima che, nel 1977, la chiusura delle scuole speciali diventasse legge.

Oggi apprendo con sconcerto e amarezza che si torna a parlare di classi speciali.

Certo, si sono sentite da ogni parte reazioni indignate, ma il solo fatto che qualcuno abbia pronunciato quelle parole desta allarme. Mi è sembrato di essere riportato indietro nel tempo. Spira forse un vento di restaurazione? A quando la nostalgia del manicomio?

Nulla è mai acquisito per sempre: le conquiste civili vanno tutelate, i diritti continuamente difesi da tentazioni involutive.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

Un commento

  • Renzo

    Salve si potrebbe sapere delle informazioni riguardo a delle scuole speciali per ragazzi disabili con autismo dove si potrebbero trovare
    Grazie

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