Psiche

Diamo del pazzo all’assassino per sentirci diversi da lui

Ben raramente le persone affette da disturbo psichico accumulano aggressività e compiono atti delittuosi

Ci sono crimini che colpiscono particolarmente la nostra sensibilità e ci lasciano sgomenti per la loro efferatezza, oltre che per la squallida stupidità. Ma ciò che non sappiamo spiegare razionalmente, ciò di cui non riusciamo a individuare le cause, disturba la nostra mentalità scientifica di uomini occidentali, e allora comincia a essere evocato il fantasma della pazzia. Ed eccoci a cercare le tracce del disagio psichico scavando nelle biografie dei protagonisti.

In tutti i casi in cui il crimine è tanto estremo da essere rifiutato dalla nostra sensibilità, il ricorso alla follia è qualcosa di rassicurante,

colloca la vicenda in un orizzonte alieno, che quindi non ci riguarda, è altro da noi, si attua all’interno di un recinto dal quale siamo esclusi e quindi ci lascia salvi. Quei comportamenti violenti, quelle pulsioni, quegli atti perversi possono appartenere solo a individui incapaci di intendere e di volere, a un mondo malato che ci è estraneo.
Niente di più falso. Le persone affette da disturbo psichico, anche grave, se curate con terapia adeguata e supportate farmacologicamente, solo di rado accumulano aggressività e compiono atti delittuosi; più frequente e reale è il pericolo di suicidio, specie in presenza di depressione. Il raptus psicotico è abbastanza raro e di solito si produce in assenza di cure valide, quando il paziente è abbandonato a se stesso, non riceve assistenza, non assume farmaci.

Nella maggioranza dei casi a uccidere sono i “sani”, o comunque gli individui fino a quel momento ritenuti tali. Come dimostrano i commenti increduli di amici e conoscenti che li descrivono puntualmente come persone tranquille, oneste, lavoratrici, amanti della famiglia, padri esemplari, madri amorose, la patente di “pazzo” gliela si dà soltanto dopo.
E perché gliela si dà? Per tenerli a distanza, per erigere una barriera tra loro e noi, per poterci dire «Noi siamo diversi», «A noi non può accadere», perché noi siamo quelli che correttamente intendono e correttamente agiscono.

Lo stesso disagio e le stesse reazioni suscita l’uccisione dei figli per mano di madri che la retorica corrente vorrebbe naturalmente buone e protettive nei confronti della prole. Eppure le statistiche dimostrano che infanticidio e figlicidio sono da sempre delitti specifici di tali madri amorose, per le quali viene invariabilmente invocata dalla difesa, e spesso accolta dalle sentenze, la tesi della infermità mentale, mentre quasi sempre, anche nei casi più gravi, una seppur residuale capacità di distinguere il bene dal male persiste comunque. La follia diventa allora una spiegazione di comodo per proteggerci da qualcosa che ci inquieta, per allontanare ciò che la nostra razionalità e la nostra sensibilità si rifiutano di accettare. Ricorrere alla diagnosi di pazzia è una forma apotropaica di esorcizzazione di paure profonde, mosse da eventi che ci parlano di crudeltà, malvagità, perversione, sadismo, che millenni di civiltà hanno reso oggetto di condanna sociale ed espulso dalla vita pubblica e dalla sensibilità personale, ma che covano ancora in un fondo oscuro da dove temiamo forse che possano emergere.

Psicologa e collaboratrice della Fondazione Lighea, attiva da oltre quarant’anni nel campo della salute mentale, della psicologia clinica e della riabilitazione psicosociale. Nata a Milano nel 1944, si laurea in Lettere all’Università degli Studi di Milano e si specializza successivamente in Psicologia, sviluppando un approccio che integra competenze cliniche e sensibilità umanistica. Il suo percorso professionale si colloca nel contesto della trasformazione della psichiatria italiana, con particolare attenzione ai servizi territoriali e ai percorsi di cura centrati sulla relazione. Dal 1984 collabora con la Fondazione Lighea, contribuendo al lavoro clinico e riabilitativo con pazienti psichiatrici, con un focus su continuità terapeutica, ascolto e inclusione sociale. Ha collaborato a programmi sperimentali sulla riabilitazione psicosociale, tra cui al Progetto promosso dalla Comunità Europea presso il Servizio Psichiatrico di Melegnano per il reinserimento sociale di pazienti lungodegenti. Ha partecipato al Progetto di Regione Lombardia per interventi di formazione e supporto psicologico a detenuti della Casa Circondariale di Opera. Dal 2016 è coordinatrice scientifica della rivista online Fuoritestata, dove si occupa di divulgazione psicologica, contribuendo a un lavoro culturale che favorisca l’inclusione di chi è affetto da disagio psichico nel contesto sociale. È autrice di articoli e contributi pubblicati su Fuoritestata e ha partecipato al volume “Almamatto” (Baldini e Castoldi, 2021). Il suo lavoro si distingue per l’attenzione alla dimensione relazionale della cura e alla integrazione di aspetti terapeutici e riabilitativi.

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