C’è un tipo umano che negli ultimi tempi è stato al centro sia di analisi psicologiche sia di vere e proprie narrazioni: l’Impostore. Gli sono stati dedicati ben due libri di noti autori pubblicati quasi in simultanea, che dimostrano un’attenzione – come dire – nell’aria: L’Avversario di Emmanuel Carrère, dedicato alla terribile vicenda di Jean Claude Romand che, prossimo a veder crollare il suo castello di menzogne, piuttosto che essere scoperto dalle persone a lui care sterminò la famiglia; e L’Impostore di Javier Cercas, sul caso altrettanto stupefacente, anche se meno drammatico, di Enric Marco, segretario del sindacato anarchico, presidente dell’associazione dei sopravvissuti al lager, che si era costruito la sua leggenda di combattente antifranchista e di internato in campo di concentramento nazista.
La figura dell’impostore ha tratti in comune con il bugiardo patologico e con l’ipocrita: la linea di confine è labile, ma le tre figure, per quanto in parte sovrapponibili, non si identificano.
Generalmente nel bugiardo c’è maggiore consapevolezza di mentire, mentre l’impostore spesso mente “a sua insaputa”, cioè mette in atto un inganno che è anche autoinganno. Tuttavia, come distinguiamo una menzogna attiva, ovvero la simulazione, che finge ciò che non c’è, e una menzogna passiva, ovvero la dissimulazione, che nasconde ciò che c’è, così possiamo distinguere l’impostura creativa, capace di fantasiose costruzioni di vite mai vissute, e l’impostura difensiva, che copre e nasconde tratti caratteriali e vicende che il soggetto considera umilianti e lesivi della sua identità o della sua immagine sociale.
La prima, la più pericolosa, ma anche la più affascinante, si adatta in genere a un profilo di personalità maniacale o addirittura paranoide, la seconda si associa spesso a un individuo ansioso, insicuro e conformista, bisognoso di intercettare l’approvazione di chi gli sta intorno, pauroso del giudizio, o pregiudizio, del suo ambiente.
Una tipica impostura di difesa, che fortunatamente l’evoluzione dei costumi e del pubblico sentire ha reso più rara, è quella dell’omosessuale che ostenta amicizie femminili. Figure esemplari ne sono tanti divi hollywoodiani del secolo scorso che, vittime di una morale retriva, si circondavano di donne dello schermo e abitavano le fantasie di stuoli di ammiratrici come modelli di fascino virile.
Ci sono poi gli impostori immaginifici: individui capaci di costruirsi splendide carriere professionali o accademiche, dimostrando magari innegabili competenze, che si scoprono privi dei titoli vantati. O quelli che si inventano la loro identità: veri artisti della finzione che vengono smascherati a distanza di anni, talvolta dopo la morte, o rimangono addirittura un mistero.
In fondo una certa dose di impostura è comune a tutti noi. Scrittori famosi ce l’hanno sempre detto. Per Pirandello ciascuno è «uno, nessuno e centomila», per Garcia Marquez abbiamo tutti tre vite, «una pubblica, una privata, e una segreta». Ma se tutti siamo un po’ impostori, la differenza la fanno il quanto e il come.
Purtroppo, nei casi più gravi, il pericolo di venire scoperti e messi a nudo produce spesso conseguenze tragiche, come il già citato caso di Jean Claude Romand dimostra. Ma anche senza arrivare a tali eccessi, gli esiti sono comunque pesanti, talora bizzarri. Personalmente posso dire di avere incontrato due persone che soffrivano della sindrome dell’impostore, due casi emblematici, nei quali la difesa del segreto aveva portato a esiti paradossali.
Ricordo una donna che si era costruita un profilo professionale di alto livello con titoli accademici e curriculum lavorativo prestigioso in parte fasulli. Assunta in un posto di responsabilità e oggetto di grandi aspettative, si era inspiegabilmente resa colpevole di una appropriazione indebita per cui era stata licenziata in tronco. Cosa aveva potuto indurre una persona che era riuscita a raggiungere una posizione invidiabile a compiere una banale operazione truffaldina, per altro condotta maldestramente, come volesse essere scoperta? La spiegazione alla quale sono giunto può lasciare stupiti: sentendosi inadeguata al ruolo ricoperto e temendo venisse alla luce il castello di bugie che le conferiva identità, ha preferito farsi licenziare per furto. O meglio, così ha scelto il suo inconscio. Disonesta sì, ma sempre super manager!
Ho maturato la convinzione che modalità simili siano più frequenti di quanto si possa pensare: anche senza ricorrere a gesti estremi come il furto, ci sono individui che non riescono a sostenere l’immagine professionale che hanno venduto e preferiscono farsi allontanare, rendendosi incompatibili con l’ambiente di lavoro, piuttosto che emerga la loro incapacità. In questo modo proteggono l’autostima. Naturalmente non si tratta di strategie coscienti, ma di meccanismi inconsci che, negli esiti, lasciano sempre spazio al dubbio.
L’altro caso interessante che ho conosciuto come terapeuta è quello di un uomo bello, colto, ricco, raffinato, che si era costruito la fama di grande amatore, sotto la quale nascondeva in realtà una patologica incertezza circa la propria potenza virile. Era un personaggio fisicamente attraente e anche di piacevole frequentazione e quindi era sempre assediato da nugoli di donne sedotte dal suo fascino. Lui si prestava volentieri alle schermaglie amorose, nelle quali era per altro maestro, ma quando si arrivava al dunque metteva in atto una strategia inconscia per sottrarsi alla prova: improvvisamente quel gentiluomo tanto affascinante si trasformava in un energumeno violento e triviale nell’approccio, così da provocare la fuga sdegnata della donzella di turno.
L’impostore è pronto a tutto pur di non sapere, pur di non rinunciare alla sua falsa identità. Solo la creazione artistica ha la capacità di preservare e disvelare ad un tempo il segreto del suo autore. «Il poeta è un fingitore» diceva Pessoa, che di vite multiple se ne intendeva: più di venti eteronimi ciascuno con dati anagrafici, profilo biografico e stile letterario diversi. Forse l’unico impostore vincente è lo scrittore o l’artista, un impostore nobile, che attraverso le opere ha il privilegio di vivere più vite, tra verità e finzione. Se, come dice Adorno, «L’Arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità».


