Un selfie in formato orizzontale di Cinzia Pinna, sorridente, con due ciocche di capelli viola a incorniciare il bel viso, un piercing sul labbro inferiore e uno all'attaccatura del naso.
Attualità

Violenza sulle donne, il racconto tossico dei media

L’ultimo caso è quello di Cinzia Pinna, ma troppi sono i casi in cui sulla stampa il racconto dei femminicidi rende le donne vittime una seconda volta, con una narrazione che simpatizza con l’assassino e non restituisce dignità alla vittima. Tutto questo, a dispetto dell’esistenza di regole e di codici deontologici, è un segnale del fatto che il cambiamento culturale ha ancora molta strada davanti a sé.

Il recente femminicidio di Cinzia Pinna, avvenuto in Sardegna qualche settimana fa, ha evidenziato una problematica che si ripresenta costantemente in Italia, quando i media raccontano un femminicidio o un episodio di violenza di genere, cioè una narrazione tossica del fatto, incentrata sull’assassino e le sue ragioni, che mette in secondo piano la vittima, la sua storia e la sua sofferenza, talvolta quasi dandole la responsabilità di quanto le è accaduto.

Il caso Pinna è emblematico in tal senso perché, in base a come diverse testate lo hanno raccontato, del carnefice abbiamo saputo tutto: della sua vita sfavillante da imprenditore dei vini, che fa pagare le sue bottiglie una cifra esorbitante, dell’azienda di famiglia, di come e quando è stata fondata, del successo che ha avuto, eccetera: come se questo omicidio potesse essere quasi una macchiolina su una vita così brillante. Mentre di Cinzia Pinna sappiamo solo che era alterata.

Ancora una volta, è stata data centralità all’assassino, mentre sulla vittima si sono spese poche righe, pure insinuanti, sulla sua fragilità e le sue scelte.

Un altro interessante caso riportato malamente dai media riguarda il primario arrestato qualche mese fa a Piacenza per abusi sessuali e atti persecutori nei confronti di colleghe dottoresse e infermiere. L’edizione locale di un quotidiano nazionale si è premurata di informarci, con un lungo articolo, sullo splendido curriculum del dottore, a cui si debbono diversi successi clinici, dimenticandosi del fatto che l’esimio è accusato di atti gravissimi da diverse colleghe. Anche questi, probabilmente, una piccola macchia su un CV sfolgorante.

E che dire di tutte le volte che, in seguito a un femminicidio, si riporta come l’assassino fosse in crisi perché l’ex compagna aveva deciso di separarsi (quindi, se non avesse chiesto la separazione sarebbe ancora viva?), senza soffermarsi, per esempio, sul perché quella donna fosse arrivata a prendere tale decisione?

E di tutte le foto pubblicate dai media, che ritraggono vittima e carnefice abbracciati?

C’è proprio una colpevole carenza di consapevolezza riguardo ai testi, alle foto, ai titoli pubblicati; colpevole perché l’Ordine dei Giornalisti ha stilato da tempo (già nel 2016) delle norme che indicano chiaramente come debba essere presentato il racconto di una vicenda di femminicidio o violenza di genere: nel 2021 è entrato in vigore l’articolo 5 bis, secondo cui un giornalista è tenuto a utilizzare un linguaggio privo di stereotipi di genere, pregiudizi e giudizi nel raccontare episodi di violenza, molestie, discriminazioni, femminicidio; e nel raccontare l’essenza dei fatti, il giornalista deve attenersi a un linguaggio rispettoso e corretto, evitando espressioni e immagini lesive della dignità della persona. Anche l’articolo 17 della Convenzione di Istanbul (il primo trattato giuridicamente vincolante per combattere e prevenire la violenza contro le donne) responsabilizza i media incoraggiandoli a elaborare linee guida e norme di autoregolamentazione per tutelare il rispetto dell’identità e della dignità delle vittime di violenza.

Invece sembra che sia difficile recepire queste norme e tradurle in articoli che non portino a simpatizzare con l’assassino, dando la maggior parte dello spazio alle sue eventuali giustificazioni (la depressione, il raptus, la passione — termini peraltro fuorvianti —, la paura di non poter più rivedere i figli, la fatica nell’accettare la separazione, eccetera), e a rivittimizzare la vittima, usando termini e perifrasi che possono insinuarne una possibile responsabilità per la propria morte o per il proprio abuso.

È sconfortante constatare come, quasi sempre, la stampa offra continue giustificazioni all’uomo che uccide, perseguita, violenta, nella ricerca di un motivo alla violenza, che diventa inevitabilmente giustificazione. In questo modo, i media continuano a raccontare la storia dal punto di vista del carnefice e lo umanizzano, colpevolizzando le vittime e trascurando la loro sofferenza e quella delle loro famiglie.

Sarebbe auspicabile una stampa che sapesse trattare il femminicidio e la violenza di genere per ciò che sono, cioè una grave violazione dei diritti umani, come sancito dalla Convenzione di Istanbul, utilizzando il potente strumento del linguaggio per operare un cambiamento nella cultura in cui siamo ancora tanto immersi, fatta di prevaricazione e possesso dell’uomo sulla donna.

Invece ogni volta i media ci confermano, inesorabilmente, quanto la strada da percorrere in questa direzione sia ancora tanto, troppo lunga.

Psicologa e Psicoterapeuta. Si occupa di terapia familiare, di coppia e del singolo individuo. Collabora con Fondazione Lighea Onlus.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *