Attualità

Se non si riesce a fare un governo perché non ci affidiamo al Papa?

È una provocazione, certo, ma potrebbe funzionare giusto per un po’, il tempo di ritrovare la fede in un ideale comune

Le recenti elezioni ci dicono molte cose che sapevamo già: che le ideologie sono morte, che i partiti come li abbiamo conosciuti nel corso del Novecento non dicono più nulla ai millennials, che destra e sinistra sono ormai concetti incerti, che gli stili e i canali del dibattito politico sono cambiati. Realtà che politologi e opinionisti hanno profondamente analizzato, concetti che hanno ampiamente discusso.

Ciononostante i risultati elettorali, per altro largamente previsti dai sondaggi dei giorni precedenti il voto, hanno suscitato stupore, evocato paure, sono stati salutati come segno di una svolta epocale: niente sarà più come prima.
Che un non partito con un alto tasso di incompetenza abbia sbaragliato forze politiche consolidate ha lasciato basiti molti osservatori. Si cerca, da più parti, di capirne le ragioni attraverso analisi accurate, ma a nostro avviso la ricetta è semplice: malgrado la faciloneria e la superficialità, malgrado la povertà culturale e gli errori di sintassi, i nuovi protagonisti della politica hanno saputo suscitare speranze e aspettative, hanno saputo parlare alle emozioni, paura compresa.

Mentre, venuta meno la fede nelle ideologie, si è consumata la forza propulsiva delle vecchie formazioni politiche, che non hanno saputo cullare il sogno.
Un tempo chi progettava il futuro voleva cambiare il mondo, nutriva grandiosi propositi di rinnovamento radicale, di rifondazione della società su basi di equità e giustizia, ora ci si accontenta del reddito di cittadinanza, ma tant’è: a tempi mediocri, aspirazioni piccole.

Il disincanto verrà, ma per ora l’illusione ha messo in moto nuove energie, ha sollecitato l’immaginario collettivo a disegnare un futuro.

Non vorrei apparire come un suggeritore di promesse menzognere: non è questa la mia intenzione, ma quella di evidenziare come il messaggio politico debba parlare alla razionalità ma anche alle emozioni: proporre un progetto di futuro di cui potersi innamorare.

Nel bel mezzo di queste considerazioni mi raggiunge un messaggio del mio amico, professore Joaquin Otuvas che, dal suo osservatorio spagnolo, valuta sine ira nec studio la situazione italiana. Le sue conclusioni sono, come al solito, originali e spiazzanti.
Ma quale novità, ma quale svolta epocale!

Memore delle mie origini, cita “Il gattopardo” e sostiene che, fatta eccezione per Milano e per poche altre realtà territoriali, l’immobilismo caratteristico della società siciliana ha finito per colonizzare l’Italia intera. Troppo ingombranti le radici, troppo pesante l’eredità: parafrasando il principe di Salina, afferma che gli italiani si credono dei. Tutto congiura a farli sentire tali: l’antica potenza imperiale, l’eccellenza artistica e culturale, la sede del Papato, cuore della cristianità. E gli dei, nella loro inalterabile perfezione, perché dovrebbero cambiare?

L’odierna situazione di stallo, dopo il fallimento di tutti i tentativi di riforma, visualizza plasticamente tale immobilismo. Le forze oggi vittoriose non hanno la capacità di imprimere una svolta reale alla società, il loro è solo un falso movimento, l’ennesima illusione.

Il professor Otuvas conclude la sua disamina avanzando due proposte.
La prima, paradossale e provocatoria, suggerisce, constatata l’impossibilità di dar vita a un governo credibile, di superare l’impasse affidandosi alla saggezza del Papa Re. Giusto il tempo di far decantare la situazione, riconciliare gli animi, ritrovare la fede in un ideale comune.

La seconda è una proposta molto seria, che mi ha convinto e conquistato, e che mi auguro venga recepita da chi ci governerà: invece di guardare dal basso all’alto il nord del nostro continente, cambiare prospettiva e fare dell’Italia non il sud dell’Europa, ma il nord dell’Africa. Allora sì che apriremmo a immensi scenari futuri.

Psicologo e psicoterapeuta, fondatore e direttore scientifico della Fondazione Lighea Onlus, realtà attiva a Milano nella salute mentale, nella riabilitazione psichiatrica e nei percorsi di inclusione sociale per persone con disagio psichico. Nato a Catania nel 1946, dopo la laurea in Filosofia si specializza in Psicologia presso l’Università degli Studi di Milano, avviando un percorso professionale che lo porterà a sviluppare un modello innovativo di psicoterapia comunitaria. Attivo fin dagli anni Settanta nel campo della psichiatria e dei servizi territoriali, Savuto è tra i protagonisti dei processi di superamento del sistema manicomiale in Italia, contribuendo all’attuazione della legge 180 e alla trasformazione della cura del disturbo mentale in una prospettiva centrata sulla persona. Ha lavorato alla chiusura di strutture psichiatriche e alla creazione di alternative concrete, come comunità terapeutiche, centri diurni e appartamenti protetti per la riabilitazione psichiatrica. A partire dagli anni Ottanta fonda e sviluppa il modello Lighea, un approccio terapeutico integrato che unisce psicoterapia, relazione, vita quotidiana e reinserimento sociale, ponendosi come riferimento nel trattamento dei disturbi psichici complessi. Le comunità terapeutiche Lighea, accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale, rappresentano un esempio avanzato di cura territoriale e presa in carico globale del paziente. Accanto all’attività clinica, Savuto promuove da anni una riflessione culturale sul disagio mentale, lavorando per diffondere una nuova cultura della salute mentale e per contrastare stigma e marginalizzazione. È ideatore di progetti editoriali e audiovisivi, tra cui “Amati Matti”, e autore di saggi e pubblicazioni sul rapporto tra affettività, psicoterapia e percorso di cura, come “Padre Quotidiano”, scritto con Gustavo Pietropolli Charmet. È inoltre responsabile scientifico della rivista FuoriTestata, piattaforma di approfondimento su psicologia, adolescenza, relazioni e società, pensata per rendere accessibili i temi della psicoterapia e del benessere psicologico a un pubblico ampio. Con oltre quarant’anni di esperienza nella psicologia clinica e nella riabilitazione psichiatrica, Giampietro Savuto promuove attivamente l’evoluzione di modelli di cura innovativi che integrano la dimensione clinica, sociale e culturale nel trattamento del disagio psichico.

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